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Ogni individuo sia valorizzato in quanto persona e non per quello che produce

sabato 27 aprile 2013

Assemblea ordinaria dei soci

Martedi 30 aprile 2013 alle ore 18.00 in prima convocazione e alle ore 18.30 in seconda convocazione presso il Centro Sociale "Paolo Capua" di Lazzaro (RC) è convocato l'assemblea ordinaria dei soci per discutere e deliberare sul seguente ordine del giorno:

1 Lettura verbale seduta precedente;
2 relazione del Presidente;
3 approvazione bilancio preventivo;
4 approvazione bilancio consuntivo,
5 versamento quota sociale.

Il Presidente
Pasquale Irto

giovedì 18 aprile 2013

Volontariato per le disabilità? C’era una volta il servizio civile…


C’era una volta il servizio civile, autentica palestra di vita per migliaia di giovani, che sceglievano questa strada spesso solo con l’obiettivo di evitare la naja, e poi – catapultati all’improvviso in una dimensione del tutto sconosciuta, quella dell’impegno quotidiano in associazioni di volontariato al servizio delle persone con disabilità, o degli anziani, o degli emarginati – superato lo smarrimento iniziale, scoprivano un senso nuovo alla propria esistenza. Terminati i dodici mesi del servizio, molti di loro non riuscivano più a staccarsi dal Nuovo Mondo, e diventavano prima volontari, poi, spesso, trovavano nel sociale la premessa di una formazione lavorativa.
C’era una volta, e quasi non c’è più, non solo per la fine del servizio militare obbligatorio, ma anche perché non ci sono soldi, o i soldi non si trovano, per finanziare adeguatamente uno dei più importanti laboratori della coesione sociale e della solidarietà. Il mondo del volontariato che si è incontrato in questo week end a Lucca (dove mi è stato proposto di parlare della parola “abilità” da recuperare e conservare…) sta vivendo una crisi di “vocazioni” che sembra inarrestabile. I volontari sono sempre più uomini e donne con i capelli grigi, pensionati attivi. I giovani, alle prese con il precariato permanente, non trovano né tempo né stimoli sufficienti per avvicinarsi all’esercizio entusiasmante della donazione gratuita del proprio tempo e della propria fatica (in controtendenza c’è solo il volontariato culturale).
Volontariato fa rima sempre più con “auto aiuto”, ossia con il fai da te, nelle associazioni e nei progetti sociali. E invece il volontario dovrebbe essere soprattutto altro da sé: ossia un cittadino che si avvicina, liberamente e gratuitamente, a una causa che non lo coinvolge direttamente (come può essere ad esempio l’esperienza di una disabilità, o di una malattia terminale). Occorre, in tempi di cambiamento, ripensare al significato anche economico e produttivo di una realtà così imponente e diffusa nel nostro Paese. Senza i volontari coleremmo a picco in pochi mesi. Lo sanno bene gli assessori ai servizi sociali dei Comuni italiani. E dunque anche questo è Pil, anche questo è patrimonio pubblico da valorizzare. Magari ripartendo dal servizio civile. Parliamone.
Tratto dal invisibili.corriere.it

venerdì 22 marzo 2013

L’ ASSENTE INGIUSTIFICATO DI NOME SCUOLA




E’ partita il 18 marzo, e proseguirà fino a fine mese, l’iniziativa Assente ingiustificato, una campagna di sensibilizzazione per l’abbattimento delle barriere architettoniche e psicologiche che limitano l’accesso allo mondo della scuola a chi vive con una disabilità. Un’idea promossa da Cittadinanzattiva e dall’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare (Uildm) e giunta alla nona edizione. Come spiegano gli autori del progetto «L’assente ingiustificato non è solo lo studente che non può entrare a scuola a causa delle barriere, ma anche il contesto-scuola che non partecipa come dovrebbe alla realizzazione di quei percorsi di autonomia personale, affettiva e cognitiva, che “aprono” a ogni individuo la possibilità di vedersi protagonista delle proprie scelte e che hanno proprio nella scuola un fondamentale punto di partenza».
Sono sufficienti pochi dati per comprendere quando ancora si debba fare su questo fronte. Basti pensare che il 9% delle famiglie di alunni con disabilità deve ricorrere alla magistratura per vedersi riconosciuto il diritto a un numero adeguato di ore di sostegno. In media ogni ragazzo può disporre tra le 10 e 13 ore settimanali se si parla di scuola primaria (al Sud la media è di 13,3, al Nord 10,3, al Centro 10,1) e tra le otto e le dieci ore nella scuola secondaria. Poche, ma i responsabili si giustificano con la scarsità dei fondi a disposizione. Benvenuti nell’Italia dei tagli alla scuola e al welfare. La fotografia che restituisce l’indagine condotta dall’Istat sulla popolazione degli allievi disabili in Italia delle scuole primarie e secondarie di primo grado per l’anno scolastico 2011/2012 ci racconta molto di più.
«Nell’anno scolastico 2011-2012» scrivono gli esperti nel rapporto «sono circa 145 mila gli alunni con disabilità. Nella scuola primaria sono circa 81 mila (pari al 2,9% del totale degli studenti italiani), in quella secondaria di primo grado poco più di 63 mila (il 3,5% del totale)». Se si prendono in considerazione gli ultimi dieci anni il numero degli alunni con disabilità è cresciuto dell’1% nelle scuole italiane, ma se si prende in considerazione solo la “fetta” degli alunni con disabilità l’incremento è di oltre il 30%, circa 20 mila alunni con disabilità in più. A conti fatti, quindi, le iniziative come quella portata avanti dalla Uildm stanno sortendo effetti positivi.
Uno di questi effetti sicuramente è quello di vedere integrate – da apprezzare almeno il tentativo -molteplici forme di disabilità. Non solo disabilità motorie o sensoriali, ma anche intellettive. Stando ai dati del rapporto: «le forme di disabilità presenti (nelle scuole n.d.r) sono molte ma il ritardo mentale è quella che raggiunge la percentuale più alta sia nella scuola primaria (36,3%del totale delle persone con disabilità), che nella scuola secondaria inferiore (42,9%). Vi sono poi i problemi legati all’apprendimento (24,9%), all’attenzione (23,3%) e ai disturbi affettivi e relazionali (18,2%)». Prosegue anche l’inclusione delle persone non totalmente autonome: «uno studente con disabilità su cinque risulta non autonomo in almeno una delle attività indagate (autonomia nel mangiare, nello spostarsi e nell’andare in bagno), e un 7,8% non lo è in tutte e tre le attività» stabilisce il rapporto.
Dietro i numeri e le percentuali ovviamente ci sono le persone. Ragazzi con grandi difficoltà che lentamente si inseriscono nella società. Anche grazie alla scuola, su cui, ormai da anni, lo Stato non investe. Anzi, quasi lo considerasse un inutile orpello, opera tagli che colpiscono indiscriminatamente tutti gli studenti. Specie chi necessita di maggior attenzione. Secondo i dati del Ministero dell’istruzione, università e ricerca «si contano poco più di 65 mila insegnanti di sostegno che svolgono attività di tipo didattico con l’80% degli alunni con disabilità». Quindi in media un insegnante ogni due studenti disabili. Oltre il 40% di questi docenti è precario e cambia di anno in anno (circa il 40% dei ragazzi ha un nuovo insegnante di sostegno) lasciando la persona con disabilità un po’ “spaesato” (leggi la storia di Francesco Gallone). La situazione è ancora peggiore se si parla dell’assistente educativo culturale (Aec), la figura professionale specifica per gli alunni con problemi di autonomia pagata dagli enti locali: le ore settimanali a disposizione scendono in media a 9 per i problemi considerati gravi e a 3 per chi ha limitate problematiche di autonomia. Come se queste persone potessero andare in bagno ad intermittenza e non secondo i propri bisogni fisiologici.
Dall’assistenza alle barriere fisiche: una scuola su cinque presenta ancora barriere architettoniche per scale non a norma, una su quattro non dispone di servizi igienici adeguati, metà non ha percorsi interni o esterni totalmente privi di barriere. Se si sommano il numero ridotto di ore di sostegno disponibili e la presenza elevata di impedimenti all’accesso si comprende poi la scarsa partecipazione alle attività extrascolastiche: in media solo 3 ore a fronte di 20/25 ore trascorse in aula alla settimana.
Tratto da Invisibili.corriere.it 
Per informazioni più dettagliate sull'UILDM: http:www.uildm.org

sabato 9 marzo 2013

UN LIBRO DA LEGGERE

Giusy foto copertina Con la testa e con il cuore si va ovunque (Mondadori)

La mia vita senza tacchi a spillo.

Giusy Versace: io e la femminilità


Giusy Versace (sì, la famiglia è quella che immaginiamo) ha affrontato di colpo la disabilità quando aveva 28 anni: le gambe amputate da un guard rail sulla Salerno-Reggio Calabria. Nella sua vita c’è un prima e un dopo, come spiega nel libro “Con la testa e con il cuore si va ovunque” (Mondadori; la foto, di Jennifer Lorenzini, è quella della copertina). Anche nel suo modo di intendere la femminilità. Ce lo spiega oggi, “Festa della donna”, con un augurio: “Auguri a tutte, ma proprio a tutte, le donne: siamo come ci guardiamo”.

di Giusy Versace*
Nel 2005 ho perso le gambe in un incidente stradale e insieme alle gambe credevo di aver perso anche una parte della mia femminilità. Ho sempre considerato le gambe come la parte più femminile di me, perdendole ho iniziato a vedermi come un piccolo mostro. Ho dovuto imparare nuovamente a guardarmi allo specchio, vestita in modo diverso rispetto a come ero abituata a vedermi prima. Indossavo spesso pantaloni stretti, fuseaux e scarpe col tacco. Adoravo i vestiti corti e le mini gonne. Di colpo ho dovuto affrontare un nuovo nemico: l’armadio. Affrontai una sfida: raccogliere in grandi buste tutti i vestiti e le scarpe che non avrei potuto più indossare e trovare il coraggio di darle via. Il pianto liberatorio, condiviso con mia madre, mi diede la forza necessaria per farlo. Col tempo ho imparato ad apprezzare e valorizzare ciò che di me era rimasto, senza perdere troppo tempo a pensare a ciò che non avevo più. Essere guardata in modo “diverso” mi metteva a disagio, finché un giorno capii che ero io quella diversa, semplicemente perché non mi sentivo bene con me stessa. La gente guarda semplicemente perché non è abituata a vedere, ma io “guardavo” perché la mente mi proiettava un’immagine di me che ormai non esisteva più. Pensare alla mia nuova vita senza tacchi mi ha fatto spesso sentire buffa e goffa, in alcune situazioni finanche inappropriata. Per esempio, ricordo con simpatia quando una sera le mie migliori amiche mi proposero di andare a una festa. Evviva! Non vedevo l’ora. Avevo imparato a camminare senza stampelle da pochi mesi e l’idea di uscire e fare un po’ di vita mondana mi elettrizzava come un’adolescente al suo primo appuntamento.  Cercai di vestirmi in modo carino, ma nell’aprire la scarpiera la scelta era più o meno sempre la stessa: sneackers, ballerine. Pensai subito che forse nessuno mi avrebbe guardato i piedi e che la cosa più importante era sfoggiare il sorriso più bello. Indossai una camicetta attillata con una collana lunga colorata, un po’ di trucco, un tocco di gloss alle labbra e via. La compagnia e l’affetto delle mie amiche mi aiutò quella sera a essere, ancora una volta e nonostante tutto, protagonista di una serata importante. A nessuno importava che scarpe indossassi, nessuno notò il mio largo pantalone nero, in compenso mi fecero tanti complimenti per la collana  e per il sorriso. La gente ci vede in base a come noi ci poniamo. Maggiore è la stima che nutriamo di noi stesse, migliore è la percezione che la gente avrà di noi. Allora, di che parliamo?! Cosa vuol dire femminilità?
Sembrerà banale, e magari lo è, ma un sorriso è in grado di sprigionare più femminilità di un tacco a spillo. Difficile crederci, per chi è abituata magari a indossarli o per l’immagine femminile che ci viene spesso proposta, lo so bene! Ma, provate a immaginare una “musona” o una persona triste e negativa su un paio di tacchi e poi ditemi che effetto vi fa. Se poi scegliete invece di mettere i tacchi solo per sembrare più alte, beh allora vi capisco! Siete assolutamente giustificate. Io ho risolto il problema così: vado da un tecnico e mi faccio fare le gambe di qualche centimetro più lunghe. Comodo no? In fondo, se ci pensate bene, con un paio di scarpe comode si evitano anche i rischi di incappare in brutte figure, si evitano possibili scivoloni o inutili e antipatiche storte alle caviglie. In sostanza, ci si sente più a proprio agio e si sorride molto di più. Non potrò mai dimenticare le parole che mi scrisse un amico stilista qualche tempo fa: se osi con una scollatura apparentemente discreta, nessuno noterà le ballerine che avrai ai piedi.
“Donne, donne…. oltre le gambe c’è di più”, cantava la bella Jo Squillo. E’ proprio vero…
*Professionista nella moda, atleta paralimpica, presidente di “Disabili no limits”
Tratto da invisibili.corriere.it

giovedì 7 marzo 2013

PER LA FESTA DELLA DONNA LA VERA MIMOSA E' UNA GARDENIA!


gardenie AISM 2012Su 63.000 persone con sclerosi multipla in Italia, oltre 42 mila sono donne, ovvero due su tre
Si avvicina la festa della donna, e con essa la corsa alla mimosa, fiore simbolo di questo giorno. Ma, bando ai simboli, essere dalla parte delle donne significa combattere al loro fianco nelle battaglie più importanti. E l’invito dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) è, anche per quest’anno, quello di stare dalla parte delle donne contribuendo alla ricerca per la cura di una tra le malattie a più alta incidenza femminile: la sclerosi multipla.Oggi e domani torna dunque l’appuntamento con la Gardenia dell’AISM, la manifestazione per dire no alla sclerosi multipla con un gesto concreto. La vicinanza con la festa della donna, dicevamo, non è casuale. La sclerosi multipla, infatti, è una malattia degenerativa che colpisce in massima parte le donne: su 63.000 persone con SM in Italia, oltre 42 mila sono donne, ovvero due su tre. Ecco perché l’invito è quello a regalare meno mimose e più gardenie, simbolo dell’AISM. Oggi e domani, circa 3.000 piazze in tutta Italia saranno quindi punteggiate di bianco e rosso: il bianco dei fiori e il rosso dei sacchettini in cui sono confezionate le piante di gardenia che si riceveranno a fronte di una donazione di 13 euro che servirà a contribuire alla ricerca sulla Sclerosi Multipla e i servizi sanitari e sociali per le donne che soffrono di questa patologia. Nei punti di solidarietà si troverà anche tanta informazione, grazie ai volontari dell’associazione, affiancati dalla Protezione Civile, dall'Associazione Nazionale Bersaglieri unita all'Associazione Nazionale Carabinieri, Assofante e all’Unione Nazionale Sottufficiali Italiani.Ma la solidarietà non si ferma: si potrà continuare a sostenere il progetto “Donne contro la SM” fino all’11 marzo 2012 inviando un SMS solidale al numero 45599, il cui ricavato servirà a finanziare un progetto sul rapporto tra gravidanza e sclerosi multipla condotto nel laboratorio del centro sclerosi multipla dell’ospedale di Orbassano (TO), vincitore del Premio Rita Levi Montalcini nel 2011. Come sempre, diversi i volti dello spettacolo che non hanno fatto mancare il loro supporto alla giornata della gardenia AISM, a partire dalla madrina Antonella Ferrari passando per Valentina Vezzali, Michela Andreozzi e i testimonial Massimiliano Rosolino, Natalia Titova e Noemi, protagonisti degli spot tv.
Tratto da Disabili.com

giovedì 21 febbraio 2013

Oscar Pistorius, simbolo nella tragedia, e quei bimbi ora smarriti


Oscar Pistorius con bambino in Namibia

di Claudio Arrigoni

Il senso di Pistorius è in quelle foto. Quella del suo ultimo tweet, due giorni fa: lui e quel bambino namibiano amputato completamente alle gambe, al quale porge la mano. E scrive: “A luglio lancerò la mia fondazione: ad almeno 10 bimbi darò la possibilità di muoversi”. E ancora una foto di diversi anni fa, che da sempre ha usato per il suo profilo su twitter. Con Ellie, che era piccola allora e una malattia le aveva tolto braccia e gambe, a correre insieme a Manchester, entrambi su quelle lame che Oscar ha sublimato simbolo di libertà. A quella di JJ, che il giorno di Halloween all’asilo a New York è andato vestito da Pistorius, esibendo bene quelle protesi, lui con le gambe amputate a pochi mesi dalla nascita. Ancora a quella con Bebe in pista a Mogliano Veneto: aveva iniziato a correre, lei quindicenne senza i quattro arti da quando aveva 11 anni, perché Oscar le aveva detto che era divertente.

Ora che è dentro una tragedia immane, che la tristezza è in primo luogo per quella ragazza e la sua vita spezzata, che si deve capire e forse non si capirà mai il perché. Ora non sarebbe forse il momento, ma è giusto farlo. Le cronache si devono occupare di quel che accaduto, degli spari nella notte, di una vita che se ne va e due famiglie distrutte. Ma si deve anche riflettere su Oscar Pistorius e quello che è stato sino a oggi. Perché nulla sarà come prima.
“Non sono disabile, semplicemente non ho le gambe”, diceva adolescente. Aveva 11 mesi quando gliele hanno amputate sotto il ginocchio, 17 quando ha messo le prime protesi. A 7 anni ha cominciato a giocare a calcio, a 11 lo scelsero per la squadra di tennis della sua regione. Intanto si divertiva con cricket e rugby. A 15 anni la mamma, Sheila, è morta improvvisamente per una allergia ai farmaci. In quel periodo cominciò a correre. A 17 vinse i 200 metri alla Paralimpiade di Atene 2004. Un anno dopo disse: “Ho un sogno: correre all’Olimpiade”. Divenne un obiettivo. A Londra 2012 gareggiò in Olimpiade e Paralimpiade, atleta simbolo dei Giochi insieme a Usain Bolt. “Non sei disabile per le disabilità che hai, sei abile per le abilità che hai”: questo ripeteva e voleva trasmettere, guarda le abilità.
Oscar e Ellie
La storia serve per capire perché è diventato il simbolo delle persone con disabilità nel mondo. Milioni si sono ispirati a lui. Una persona senza gambe che nella corsa è più veloce delle persone con le gambe. Le polemiche su vantaggi e svantaggi lo avevano reso ancora più forte. La scienza aveva mostrato che quelle protesi non avvantaggiavano. Probabilmente bastava il senso comune. Anche quella vicenda rafforzò il suo messaggio: “Mai arrendersi”. Quello che bambini come Ellie e quel piccolo in Namibia hanno colto guardandolo correre e cercando di fare come lui.
Un giorno mi disse: “Devo correre più veloce che posso, non solo per me, anche per quelli che guardano a me”. Sapeva di ispirare un incalcolabile numero di persone. Come quei bimbi.
JJ vestito da Pistorius per Halloweeen 2012
Non era un supereroe. Era un ragazzo prima e un giovane poi che amava la vita e qualche eccesso. I motori e le corse con auto e moto, per esempio. Tornando da una festa, guidando una barca su un fiume di notte, aveva rischiato di morire finendo contro un pontile. Una ragazza lo denunciò perché a una festa a casa sua la aveva cacciata in malo modo. Lui disse che era stata lei ad alterarsi. Capita quando a poco più di venti anni si è tra le persone più famose del mondo. Ma il sorriso non lo abbandonava mai.
Ora ripenso a quel ragazzo conosciuto ad Atene nel 2004, diciassette anni, brufoli in viso e l’apparecchio ai denti, che in meno di dieci anni ha saputo abbattere barriere che rompere appariva impensabile. Ha fatto più lui con le sue corse che decine di anni di convegni e parole. Ripenso a Ellie a Londra, a quel bimbo in Namibia, a JJ a New York, a Bebe in Italia.
E penso a Reeva, bellissima e dolcissima, come la ricordano le amiche. Riposi in pace.
Tratto da: http://invisibili.corriere.it

sabato 9 febbraio 2013

La mente corre ma il corpo va lento, La sclerosi multipla compagna di vita.


“E’ terribile quando la mente corre mentre il tuo corpo va a rilento”. E’ l’immagine della sclerosi multipla. Il dossier di Corriere Salute mette in luce storie, ricerche e scienza di una malattia con mille porte aperte, aspetti molteplici, momenti comuni e unici. Perché chi è affetto da sclerosi multipla ci deve convivere, ogni ora, giorno, settimana. Con speranze e disillusioni che si accavallano. Quella immagine la porta Antonella Ferrari, un’attrice di quelle brave, che da poco più che ragazza convive con la malattia e i suoi effetti. Nella vita e nel lavoro.
Il suo libro, “Più forte del destino” (Mondadori), è diventato un best seller, probabilmente il più venduto fra quelli in cui questa malattia viene trattata, anche se dentro ci sono pezzi di vita che partono dalla sua condizione e arrivano ad altro. La sua rubrica su Chi, rivista con centinaia di migliaia di lettori, è fra le più seguite e apprezzate. E’ testimonial dell’Associazioni Italiana Sclerosi Multipla. E’ la malattia che esce dal limbo. Fra pochi giorni sarà fra i protagonisti di “Un matrimonio”, film a puntate di Pupi Avati, in onda per diverse settimane su RaiUno in prima serata. Un caso raro, forse unico: Antonella è famosa in un mestiere dello spettacolo partendo da una condizione di disabilità data dalla malattia, non l’ha acquisita nel tempo. Per questo, anche se non se lo è scelto, il suo ruolo di “testimone” ha ancora più valore e viene apprezzato. Ed è anche scomodo.
“La mente corre e il corpo va lento”: l’ascolto del proprio corpo è fondamentale quando si ha la sclerosi multipla. “Puoi arrivare a patti con la malattia, diventa un compagno di vita con cui devi dividere il tempo”: ecco quello che ha fatto lei. La sua storia si riflette in quelle di tanti. L’hanno vissuta migliaia di donne e uomini. Lei facendo l’attrice, altri lavorando in fabbrica, altri ancora in ufficio o impegnati negli studi. Mostra quanto la SM sia strisciante: colpisce ogni aspetto della vita. Antonella ne ha parlato anche qui su InVisibili, riguardo per esempio e maternità e dintorni.
La diagnosi. Quella è la prima porta che si apre della nuova vita. La stanchezza profonda come primo sintomo. Fino a qualche tempo fa, senza andare troppo indietro nel tempo basta pensare agli anni ’90, era sottovalutato. Da chi l’aveva al medico. Oggi, come mette in luce anche il dossier di Corriere Salute, molto è cambiato. “Per me è stata una liberazione. Per anni ho lottato per scoprire la verità. La diagnosi è stata una conquista più che una sentenza. Ero stanca di sentirmi dire che era solo stress”. Nel bellissimo video che presenta il libro ci sono anche queste parole. Pure gli esami strumentali, in quel periodo ancora imperfetti, non la segnalavano. “Ecco perché dico ai medici: sappiate ascoltare i pazienti e fate attenzione a come presentate la diagnosi. E’ bene non illudere, è male essere distruttivi”. Realisti, sapendo mostrare le possibilità di una vita che cambia. Come è accaduto ai 65 mila malati di SM. La condizione di disabilità che si vive porta a nuove consapevolezze. “Voler combattere e sperare, comunque. Non sempre è facile”.
Il “viaggio della speranza” ne “La storia di Graziella V.”, splendidamente raccontata su Corriere Salute, è emblematico di quanto la fragilità diventi forza. Ancora le parole di Antonella affidate a quel breve, intenso minidocumentario: “Il sogno è la base di ogni cosa: a me ha permesso di rialzarmi ogni volta che il dolore mi ha costretto a terra. Sognare non è facile (…) La paura a volte fa capolino. Tu non hai paura? Ma è più forte la voglia di volare che la paura di cadere”.
Tratto da www.invisibili.corriere.it