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Ogni individuo sia valorizzato in quanto persona e non per quello che produce

giovedì 17 ottobre 2013

Cosa significa in Italia essere madre di un autistico

Una donna di 50 anni ha accoltellato oggi il figlio disabile di undici anni.
 
GIANLUCA NICOLETTI
Non può esserci commento possibile alla notizia di una madre che accoltella il figlio di undici anni. Non basta appigliarsi alla scarna formula da lancio d’agenzie che informa vagamente che “soffriva di depressione”, a meno di voler correre il rischio di somigliare agli opinionisti da salottino tv, quelli che hanno l’espressione compunta davanti ai plastici di baite di montagna, alle copie di mannaie, alle foto di pavimenti con macchie ematiche.   
Non è invece secondario il fatto che il bambino fosse autistico, l’elemento più delicato e “sensibile” che è trapelato dal riserbo necessario attorno alla vicenda. Oggi è d’ uso un generalizzare diffuso, quanto scellerato, che mette in rapporto l’ autismo con episodi di cruda cronaca, quindi non pongo al momento in cui scrivo l’ assoluta certezza che in realtà fosse quello il disturbo di cui soffrisse la vittima di quell’ atto di disperato furore.   
Posso in coscienza sentirmi di dire, sulla mia personale esperienza familiare, che se il bambino di Promano è in realtà autistico, comprendo la depressione della madre, anche se naturalmente non giustifico minimamente il suo gesto.  
Per una madre che viva in Italia non esistono, almeno al momento e per quello che io ho avuto modo di conoscere, molte situazioni altrettanto angosciose che dovere gestire un figlio autistico, alla soglia dell’ adolescenza. Nel nostro paese l’ approccio a una sindrome, che si pensa debba interessare (pare) seicentomila persone, è assolutamente irrazionale e superficiale. La dice lunga il fatto che siamo l’ unico paese che ai convegni internazionali non sia in grado di fornire dati certi su quanti siano effettivamente gli autistici, quale sia il livello di soddisfazione delle famiglie che debbono gestirne un caso, quale sia il destino di questi ragazzi una volta maggiorenni.  
Quella madre sarà giudicata da chi è preposto a farlo, ma non possiamo perdere questa occasione per aprire una seria riflessione su quale sia il profondo senso di abbandono in cui si trova una famiglia che deve gestire un autistico, senza interlocutori certi e informati, senza che ci siano protocolli di abilitazione ufficializzati e applicati su tutto il territorio nazionale ( le linee guida emanate due anni fa dall’ I.S.S. ancora non sono state tramutate in legge e nessuno sembra interessato concretamente che questo avvenga).  
 In tutto questo resta, mellifluo e impalpabile, ma crudelmente lancinante, l’ antico pregiudizio che le madri abbiano concrete responsabilità sulla disabilità del figlio. Pochi lo ammettono, ma ancora viene chiesto a molte mamme di autistici  se durante l’ allattamento avessero guardato negli occhi il figlio. L’ autismo in Italia, fatte salve alcune straordinarie eccellenze, è ancora istituzionalmente appannaggio di pressapochismo, ignoranza, superstizione.  
Il peso maggiore  di un problema così esteso, che rappresenta statisticamente la prima causa di disabilità, grava sulle famiglie. Nuclei familiari che lentamente vanno in disfacimento , dove le madri, ancor di più, restano sole a gestire un amatissimo vampiro, che allo stesso tempo è il loro carceriere e il loro sorvegliato speciale.  
Tutto questo non giustifica le coltellate, ma serve a distribuire almeno la responsabilità di alcuni impazzimenti materni.
Tratto da LA STAMPA.it

domenica 13 ottobre 2013

I sacramenti sono davvero per tutti? Ecco l'inchiesta sulle parrocchie "accessibili"

L'inclusione delle persone disabili nella Chiesa resta ancora lontana, anche se papa Bergoglio continua a indicarla, soprattutto con i gesti concreti. Ne parla il mensile SuperAbile Magazine di ottobre. Un papà spiega: "Il problema va visto a 360 gradi: forse manca l'accoglienza in generale, che richiede sensibilità, coscienza, disponibilità, preparazione. E amore, prima di tutto"
Papa Francesco abbraccia un ragazzo disabile
ROMA - Alcuni bambini autistici hanno ricevuto la prima comunione a Treviso, nel maggio scorso. Una giornata indimenticabile per Giampietro, Ottavio e Federica, che si sono ritrovati con le loro famiglie e alcuni amici nella chiesa della Madonnetta a Santa Maria del Rovere. Sembrerebbe un evento scontato e invece no: a Napoli una mamma di un ragazzo con autismo si è vista rifiutare il sacramento per suo figlio, ancora non pronto a riceverlo secondo il parroco. Quindi i sacramenti sono davvero accessibili alle persone disabili credenti che chiedono di riceverli? Affronta il tema un'inchiesta sul numero di ottobre del mensile SuperAbile Magazine.
I tre ragazzi trevigiani si sono preparati in maniera particolare all'evento. Anzitutto il parroco, don Adelino Bortoluzzi, ha accolto con disponibilità la richiesta di un gruppo di genitori della Fondazione Oltre il labirinto. Inoltre è stato cruciale il supporto dello psicologo Stefano Castiglione, che "ha preparato i ragazzi a questo momento" con un percorso di avvicinamento al sacramento, riferisce Alberto Cais, presidente della fondazione. "Per chi ha una sindrome autistica le celebrazioni sono spesso difficili da gestire. Quindi la cerimonia è stata studiata nei minimi particolari e sapientemente tarata: dalla scelta delle musiche all'omelia breve ma incisiva", evidenzia Mario Paganessi, padre di Giampietro e direttore generale di Oltre il labirinto.
Prime comunioni a Treviso.
Anche Arturo Mariani, universitario diciannovenne nato senza una gamba, non ha avuto problemi ad accedere ai sacramenti ma una corsia preferenziale, per così dire: la sua catechista era la madre Gianna, ora alle prese con l'inserimento di una bambina Down nel gruppo di cresima. "Sicuramente sono importanti gli stili con cui si fa catechesi, spesso ancora ancorata a metodi scolastici", osserva Stefano, padre di Arturo e membro con la moglie dell'Ordine francescano secolare a Guidonia, in provincia di Roma ma diocesi di Tivoli. Che si chiede: "Come rendere le comunità ecclesiali ancora più inclusive e accoglienti nei confronti delle persone disabili? Il problema va visto a 360 gradi: forse manca l'accoglienza in generale, che richiede sensibilità, coscienza, disponibilità, preparazione. E amore, prima di tutto".
Oltralpe non mancano segnali che fanno ben sperare. Anne Herbinet, pedagogista e responsabile nazionale del Settore per la catechesi ai disabili della Conferenza episcopale francese, riferisce che nella diocesi di Grenoble i catechisti hanno inventato "una pedagogia particolare per permettere ai giovani colpiti da autismo di cui si occupano di partecipare al sacramento della riconciliazione". Dato che non parlano, ma sono abituati a usare i pittogrammi, dopo aver avvertito il sacerdote che faceva le confessioni "hanno utilizzato dei sassi dipinti per esprimere la loro colpa e il peso dei loro peccati, scegliendo quelli su cui era raffigurato ciò che volevano esprimere, portandoli in una piccola borsa consegnata al confessore". Che vede i messaggi e "libera" dal peso dei sassi. "Poi consegna loro, come segno di riconciliazione, un pittogramma di perdono, di pace, di gioia".
Ma anche in Italia le parrocchie possono fare molto per una maggiore inclusione, "anche se non è facile per tre motivi - snocciola Laura Previdi, insegnante di Lettere in pensione, autrice del volume Parole in libertà. Diario semiserio della madre di un disabile (Paoline) e madre di Marco, 42 anni, con una grave disabilità -. Il primo? Le difficoltà che la Chiesa locale e forse anche quella globale ha nel nostro tempo, in cui emergono crisi di fondo come quella della famiglia. In secondo luogo, la mancata disponibilità da parte dei credenti. Infine, la modesta frequentazione delle strutture ecclesiali da parte delle famiglie con figli disabili. Marco in parrocchia è uno dei pochissimi abituato ad andare con noi a messa, vuole fare la comunione e se gli gira storto pazienza: esco fuori con lui". Per don Vasco Giuliani, presidente della Fondazione Opera diocesana d'assistenza Firenze onlus (Oda), "è difficile rilevare i bisogni di spiritualità di un disabile intellettivo, ma se vogliamo compiere un servizio alla dignità della persona dobbiamo individuare un linguaggio che superi quella che sembra una difficoltà di comunicazione insormontabile". (Laura Badaracchi)
 
 Tratto da SuperAbile.it INAIL

sabato 28 settembre 2013

La lettera del papà di un bambino con Sindrome di Down, spostato in una scuola "speciale"


Milano, 16 settembre 2013
Salve a tutti; dopo quattro anni in una scuola "normale", abbiamo deciso di iscrivere nostro figlio Giulio (sindrome di Down) ad una scuola "speciale". È stata un scelta complessa, meditata e condivisa; quelle che seguono sono alcune riflessioni scaturite da parte mia nei giorni immediatamente successivi a quella decisione. Un pensiero fatto, a mio parere, di grandi speranze ma anche di grande fatica. Buona lettura a chi vorrà.
Milano, 8 giugno 2013
Un cambiamento importante viaggia spesso con una fatica, una sofferenza, un dolore. E quando non è dolore, è riflessione e pensiero su quello che si lascia e perché. È un passaggio obbligato, anche quando il "nuovo" verso cui si è deciso di guardare ci piace, ci convince, ci rassicura. 40 anni fa, in una delle borgate più emarginate di Roma, mia madre, fresca direttrice di una scuola elementare dove la povertà e la disperazione erano all'ordine del giorno, con una passione e una dedizione che non ho mai più incontrato, combatteva e vinceva la sua battaglia affinché nella sua scuola si affermasse e vincesse l'integrazione di tutti con tutti. Era una rivoluzione, e la sua battaglia le ha causato ferite e sofferenze, ma so che, ancora oggi, all' età di 91 anni, ripercorrerebbe strenuamente la stessa strada. Ero un adolescente o poco meno, ma fu una lezione di vita e di partecipazione che non dimenticherò mai.
In questi giorni di ricordi e di pensieri, ciò che più mi risuona di quell'esperienza era la modalità: dove la passione prevaleva sulla ragione ma non sulle regole, ovvero: "Scelgo ciò che ritengo giusto e fa star bene e crescere la società; con questa certezza so di essere in grado di trovare le regole all'interno delle quali calare questo progetto. E se le regole non ci sono o non sono abbastanza adeguate al progetto, spenderò tutte le energie necessarie affinché siano predisposte nuove regole o adattate nel miglior modo possibile quelle esistenti".
Ma quel progetto, quella focalizzazione sul bene del bambino e sul valore del suo completo inserimento nel mondo dei "normali" rimaneva in cima al pensiero e alle azioni di mia madre.
Sono passati tanti anni e tanti sono stati i passi avanti fatti, sia nella regole che nella naturale predisposizione di tutti verso questo senso di civiltà e di società aperta, accogliente e solidale.
Così, per una di quelle combinazioni che a volte penso non fanno che confermare che non ci sarà un "disegno divino" ma non può essere tutto così casuale,
dopo tanti anni mi sono ritrovato sulla stessa barca. Per questo (e non solo) dedico qualche ora e qualche riga a riflettere su questi anni, su questi quattro anni vissuti in una scuola dove Giulio ha trascorso le sue giornate e dove è cresciuto.
Abbiamo fallito. Tutti. Tutti e indistintamente. Io come padre, noi come famiglia, le insegnanti, i dirigenti, le famiglie, gli operatori che a vario titolo seguono e curano Giulio. Abbiamo fallito perché la buona volontà e le energie che abbiamo speso non erano sufficienti, in quantità e qualità. Abbiamo fallito perché sentirci impotenti fino al punto di iscrivere Giulio in una scuola speciale (lo stesso tipo di scuola contro cui mia madre si batteva quaranta anni fa) significa che avevamo "speso" tutto quello che potevamo spendere. Abbiamo fallito perché abbiamo  rincorso le nostre tensioni personali e i nostri "ruoli" senza metterci abbastanza in gioco e in discussione.
Lungi da me concludere che, avendo fallito tutti, non ci siano responsabilità individuali. Anche in casi di fallimenti "collettivi" a mio parere
ciascuno deve sentirsi responsabile e a suo modo provare ad immaginare dove, come e quando ha commesso un errore, una leggerezza, una mancanza. Da parte mia ne ho riconosciute tante, non ho remore nel cercare di capire e provare a migliorare. Ma non siamo "singoli" messi assieme casualmente. Non basta un esame di coscienza personale per una qualche forma di catarsi individuale. Se siamo assieme e assieme lavoriamo assieme sui nostri figli, non è solo perché questi crescano sani ed educati. È perché la somma dei nostri agire è superiore alla somma aritmetica di ciascuno di noi. Quello a cui partecipiamo con il nostro contributo si chiama società, si chiama sistema valoriale, si chiama partecipazione e solidarietà. E se qualcosa non funziona, non possiamo permetterci il lusso di difenderci dietro un "ho fatto quello che potevo", "ho fatto il mio dovere", "ho fatto tutto con responsabilità". Dobbiamo avere o trovare la forza e il coraggio di andare oltre, di metterci in discussione, di interagire con gli altri che partecipano al progetto, di criticare e di ascoltare le critiche. Ci sta tutto e non lo nego: il dolore e la ferita non rimarginabile di noi genitori, la dignità professionale degli insegnanti e degli operatori, il rispetto delle regole dei dirigenti, la partecipazione emotiva dei genitori e dei loro figli. Ma questa volta non è bastato. Questa volta abbiamo rinunciato al "progetto". Proviamo tutti ad avere e credere un po' più di visione, un sogno. Giulio starà bene, crescerà e vivrà serenamente dentro alle sue difficoltà e alle sue fatiche. Tutti noi staremo bene e ce la caveremo egregiamente pur nell'altalena delle gioie e dei dolori. Non è in discussione il nostro "orticello" di singoli, già ben concimato e al tempo stesso impegnativo e a volte faticoso. Proviamo tutti a farci un regalo e a confrontarci; momenti come questo sono dei veri e propri passaggi a vuoto dentro a quella "visione" che fa parte di noi stessi. Non è un incidente di percorso e nemmeno un episodio casuale; è sintomo di qualcosa di più profondo e intenso, non perdiamo l’occasione di rifletterci. Buona vita a tutti.
Claudio

"
il nostro problema non è la materia umana, che c'è; è piuttosto la mancanza di una forma su cui modellare l'esuberanza della materia. Il problema non è il valore dei singoli, ma l'armonia tra tanti singoli di valore- VITO MANCUSO, La religione civile che manca all'Italia, "La Repubblica", 13 gennaio 2009

giovedì 12 settembre 2013

INSEGNANTI DI SOSTEGNO SI NASCE. GRAZIE PROFESSORE FASCI'!

Giacomo e quella scuola che funziona

La scuola che ricomincia è un momento che fa pensare ai problemi. Sono molti. A guardare con l’occhio degli insegnanti o quello degli studenti o ancora quello dei genitori e dei lavoratori. Sulla disabilità questi si elevano esponenzialmente. C’è tempo anche per riflettere su quello. Ma non solo. Perché la scuola che ricomincia è, deve essere, momento di speranza. Il futuro è lì. Il canale scuola di Corriere.it (http://www.corriere.it/scuola/) ha aperto una bella finestra su questo mondo. Anche su InVisibili cogliamo questo momento. Lo facciamo con una testimonianza positiva. Quella di Simonetta che ci racconta di Giacomo e di una scuola che funziona. C’è anche questo. Ed è bello.
Di Simonetta Morelli
Certificazione Obbligo di Istruzione. Al paragrafo 5 -Competenze acquisite al termine del percorso formativo- si rimanda alla relazione finale allegata che “descrive nei dettagli il rendimento scolastico raggiunto”. Seguono sette pagine sette, suddivise in paragrafi, che raccontano l’alunno Giacomo, la sua vita scolastica, la gestione faticosissima e felicissima dei suoi gravi limiti. Tra le righe si leggono una profondità di intesa straordinaria tra docente e alunno e la capacità di ricercare e individuare abilità residue o misconosciute per poi accompagnarle, affiancarle e infine farle sbocciare rendendole così degne di valutazione ufficiale. Ne consegue una ridefinizione della personalità di Giacomo, segno che lui è un ragazzo con una sua propria identità anche pubblica: è un alunno, non un figlio delle stelle come spesso vengono definiti gli autistici, i ritardati, gli epilettici come lui. E c’è umiltà nel testo del professore come se fatica e conquiste fossero solo dell’alunno.
Questa mattina, Giacomo è divenuto ufficialmente alunno del liceo scientifico. Docenti sconosciuti, affannati tra la sala dei professori ed i vari uffici non ci hanno lesinato sorrisi , brevi saluti, presentazioni spontanee. Evidentemente in questa scuola si usa così. Fantastico. Lui nel frattempo ha apprezzato, sornione, l’ampiezza e la luminosità dei locali misurandone prima con lo sguardo e poi con i passi l’adeguatezza alle proprie esigenze, anche estetiche. Ha fatto la fila con me, in segreteria; ha preso l’iniziativa stringendo la mano alle sue professoresse di sostegno. Niente baci e abbracci da parte sua. Niente atteggiamenti affranti, preoccupati o ansiosi da parte loro. Discorsi distesi piuttosto, buona volontà e reciproca richiesta di collaborazione.
Non sono favole né miracoli. Questa è la nostra scuola pubblica quando non mortifica personalità, senso del dovere, civiltà, competenza e cultura dei docenti.
E non è retorica.
Vorrei solo che la fortuna di Giacomo accompagnasse in questo nuovo anno scolastico non solo chi insegna ma anche chi dirige gli istituti e chi fa parte del personale amministrativo tecnico e ausiliario delle scuole (importantissimo nell’essere spesso  sostegno e complice di mamme spaventate). Sono solamente loro la parte sana di una scuola pubblica, da sempre nobile, che l’incuria – dall’alto – vorrebbe falsa invalida.
 Giacomo con il prof. Fascì, l’insegnante che lo ha seguito alle Medie, autore della relazione iniziale del post

venerdì 23 agosto 2013

SOGGIORNO ESTIVO A MANNOLI

SI PARTE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Siamo pronti, sabato inizia una nuova esperienza. Dopo 7 anni di soggiorni sociali estivi insieme alla Caritas Diocesana da quest'anno proviamo a camminare da soli. 
Dal 24 al 27 agosto 2013 saremo a Mannoli, Santo Stefano D'Aspromonte, per fare un'esperienza meravigliosa condividere con i ragazzi di InHoltre l'esperienza di un soggiorno. Per alcuni di noi è la prima esperienza, per quattro giorni condivideremo le fatiche che un campo comporta ma allo stesso tempo ci divertiremo con le varie attività programmate per questi giorni. 
Ritorneremo stanchi ma ricchi di un'esperienza unica.
Il volontariato è servizio gratuito agli altri, dare e ricevere.

venerdì 2 agosto 2013

NONA SERATA DI SOLIDARIETA'





Martedì 6 agosto, l’Associazione di volontariato InHoltre  presenta la Nona Serata di Solidarietà, dal titolo “La disabilità… in piazza”, un evento che ormai è diventato un’importante tradizione, che si rinnova di anno in anno grazie soprattutto alla fiducia dei tanti che credono  e che continuano a credere nel valore dei fini che la Serata persegue. L’obiettivo da sempre perseguito da InHoltre è quello dell’abbattimento di quelle barriere culturali e mentali che confinano la disabilità in un mondo isolato e, preferibilmente, lontano. Il modo più semplice per abbattere tali barriere è parlare di disabilità, mettendo appunto “La disabilità… in piazza”.
Come ogni anno, ospite della nostra serata, sarà una persona con disabilità che si è particolarmente distinta nel corso dell’anno.
Quest’anno la testimonial della serata è la nuotatrice ANNA BARBARO. Anna, l’atleta non vedente si è aggiudicata due medaglie d'argento e una di bronzo ai Campionati Italiani Assoluti Estivi FINP 2013, svoltisi a Napoli. L'atleta reggina si è classificata al secondo posto nella gara dei m.50 Stile Libero. La seconda medaglia d'argento è stata conquistata nei m.100 Dorso. Terzo posto e, quindi, medaglia di bronzo nella successiva prova dei m.100 Stile Libero.
Allieteranno la serata con la loro musica il complesso THE NEW OLD FRIENDS.
I ballerini della  scuola di ballo SARANNO FAMOSI DANZA si esibiranno per tutti gli amici di InHoltre.
L’associazione UN AZIONE PER UN SORRISO donerà ad InHoltre delle postazioni multimediali per il coinvolgimento delle persone con disabilità.
Nel corso della serata sarà allestita una mostra di quadri realizzati dai ragazzi di InHoltre.

INHOLTRE: SOLIDARIETA’ E TANTA ALLEGRIA

 ANNA BARBARO CAMPIONESSA DI NUOTO


La nuotatrice non vedente Anna Barbaro, della società "A.V.E.S.D. CON NOI Reggio Calabria"si è aggiudicata due medaglie d'argento e una di bronzo ai Campionati Italiani Assoluti Estivi FINP 2013, svoltisi a Napoli. L'atleta reggina si è classificata al secondo posto nella gara dei m.50 Stile Libero. La seconda medaglia d'argento è stata conquistata da Anna Barbaro nei m.100 Dorso.Terzo posto e, quindi, medaglia di bronzo nella successiva prova dei m.100 Stile Libero, Negli stessi Campionati l'atleta ha voluto provare la specialità del m.100 Dorso, rinunciando a gareggiare nei m.100 Rana, nei quali era Campionessa Italiana uscente, e questo per ampliare sempre più le proprie qualità tecniche in tutti e quattro gli stili natatori, in vista di un probabile impegno nella particolare specialità delle gare miste. Inoltre, a conclusione della manifestazione, la nuotatrice reggina si è confermata sempre di più ad alti livelli agonistici nazionali, partecipando alle finali "Open" dei m.50 Stile Libero e dei m.100 Dorso, piazzandosi rispettivamente al quarto e quinto posto assoluto fra le migliori specialiste italiane di tutte le classi di disabilità. Anna Barbaro, a conclusione di questa sua brillantissima stagione agonistica - nella quale ha ottenuto complessivamente una medaglia d'oro, tre d'argento e una di bronzo, tra Campionati Italiani FINP Invernali ed Estivi, parteciperà alla 49.ma edizione della “Traversata dello Stretto di Messina" insieme ai 100 migliori nuotatori italiani normodotati, organizzata dal "Centro Nuoto Sub Villa San Giovanni", in programma domenica 4 agosto.

giovedì 18 luglio 2013

I Mondiali di atletica paralimpica. Oltre Pistorius, guardando avanti

C’è sempre un prima e un dopo. L’importante è che uno non cancelli l’altro. Lo sport paralimpico riparte senza Oscar Pistorius. Non per dimenticare quello che lui ha fatto nel mondo dello sport e, più in generale, della disabilità. Per mostrare invece che “nuove stelle crescono nell’assenza di Pistorius”, come dice il Presidente del Comitato Paralimpico Internazionale, Philip Craven. I Mondiali di atletica leggera paralimpica che cominciano a Lione, in Francia, sono il più grande evento da Londra 2012. Si ricomincia da qui. Senza paura di guardarsi indietro e sapendo riconoscere quello che è stato. Guardando avanti, però. Dove ci sono, tanto per parlare di Italia, Martina, Assunta, Giusy, Annalisa, Oxana.
Sarà un campionato straordinario. Bastano due dati: oltre 1100 atleti di 100 Paesi. Mai così tanti nella storia. Solo alla Paralimpiade si superano questi numeri. Come spesso accade, non bastano cifre del genere e gare che promettono di essere bellissime ed emozionanti per convincere una qualsiasi delle nostre reti televisive, libere o a pagamento non fa proprio differenza, a trasmettere un evento del genere. Eppure sarebbe bastato poco (dal punto di vista economico davvero un’inezia), ma i dirigenti delle nostre tv preferiscono interminabili dibattiti sul vuoto pneumatico del calcio mercato piuttosto di sport vero che sa andare oltre lo sport.
Riconoscere quello che è stato. Senza Pistorius non ci sarebbero questi numeri. Per la prima volta ci saranno gare differenti nello sprint, 100 e 200 metri fra i maschi, per atleti amputati a una (cat. T44) e a due gambe (T43). Prima di lui, in finale capitava solamente un biamputato: lui o Tony Volpentest. Tutti i campioni amputati di gamba che correranno a Lione hanno cominciato dopo aver visto correre Oscar. E lo hanno saputo battere.
Saranno campionati bellissimi perché ci saranno tanti giovani. Nella velocità amputati, alla quale abbiamo accennato, le emozioni arriveranno dall’inglese Jonnie Peacock, oro a Londra 2012, dagli statunitensi Richard Browne e Blake Leeper, dal brasiliano Alan Fonteles Oliveira. Insieme non arrivano a 80 anni. La nostra Oxana Corso, splendida a Londra con un doppio argento, ha appena compiuto 18 anni. L’olandese Marlou Van Rhijn, biamputata alle gambe, nuovo fenomeno mondiale nello sprint, ha 21 anni. E si potrebbe continuare.
Negli ultimi dieci anni vi è stata una crescita continua di prestazioni e ricerca in tecnica e materiali. Vi sono carrozzine superleggere e ultratecnologiche che costano migliaia di euro. Una protesi da corsa o da salto supera i ventimila. Il progresso scientifico aiuta a far crescere anche lo sport. Per questo nei mesi scorsi il Comitato Paralimpico internazionale ha svolto una serie di incontri dedicati a studiare questo fenomeno. Non si vogliono creare dei superuomini. Chi vedrà le gare (per fortuna il web, come spesso accade, viene in aiuto, con le dirette sul canale youtube di Ipc, ParalympicSportTv) vedrà atleti. Grandissimi. Non è il superomismo che occorre allo sport paralimpico. Forse c’è stata un’epoca che questo è accaduto e magari è anche servito. Ma bisogna fare un passo avanti.
Sarebbe stato utile in Italia mostrare anche Lione 2013, dopo Londra, e magari anche i mondiali di nuoto paralimpico, che saranno in agosto in Canada. Sono sempre meno i disabili che praticano atletica. A Lione una delle punte di diamante sarà Alvise de Vidi, il capitano della squadra. Benedetto lui, è davvero l’emblema dello sport paralimpico: era già una stella sul finire degli anni ’80. Ma le nuove leve sono sempre meno. Meglio fra le ragazze. Ma qui abbiamo esempi come Giusy Versace, bravissima a voler continuare a correre sono la delusione della mancata convocazione a Londra 2012, e Annalisa Minetti, cantante e modella, che sono anche star tv e sulle copertine dei settimanali. Con Martina Caironi (poco più che ventenne, amputata di gamba adolescente, oro a Londra nei 100m) e Assunta Legnante (“cannoncino”, come la chiamano, prima stella olimpica ora cieca, oro nel peso a Londra, dove ha riscritto a ogni gara l’albo dei record), oltre a Oxana, sono le atlete su cui puntare, per chi ama le scommesse.
Si potrebbe andare avanti a raccontare nuove storie per nuovi atleti di questo Mondiale di atletica che parte domani. Oltre Pistorius. Perché lo sport, e quello paralimpico non fa eccezione, sa guardare avanti.
Tratto da invisibili.corriere.it

giovedì 11 luglio 2013

Quell’esigenza vitale chiamata Lavoro


Alla fine è arrivata anche la condanna dell’Europa. L’Italia non ha fatto abbastanza per abbattere le barriere, fisiche, normative e psicologiche, per consentire l’ingresso alle persone con disabilità nei normali percorsi lavorativi. Bocciatura che viene confermata dai dati: il tasso di disoccupazione tra le persone con disabilità sfiora l’80% e circa 600 mila domande di lavoro attendono inevase negli uffici provinciali del collocamento mirato. Basta! Basta, non smetteremo mai di gridarlo!
Dati, statistiche e numeri fanno ombra alle persone, ai sogni d’indipendenza, di vita autonoma, di autorealizzazione… Quante storie ho sentito, quante persone mi hanno confessato i propri dolori e angosce, le paure, le delusioni… E’ veramente ora di dire basta. Il lavoro non si crea per decreto legge quasi per magia, ma si possono ricreare le condizioni attraverso cui le persone abbiano una possibilità. Gli under o over qualcosa (si tende a categorizzare per età le fasce di popolazione più in difficoltà) con o senza disabilità, in situazione di disagio o no, aspettano una risposta.
Mai come in questo periodo, per vicende personali e per situazioni che coinvolgono l’azienda che edita questo blog, mi sono soffermato a pensare al lavoro. Sono riaffiorati i ricordi di un passato in cui il lavoro mi ha salvato la vita. E’ stata la mia medicina. Da quel letto in riabilitazione dove sono stato steso immobile per molte settimane, non mi sarei forse più rialzato se non fosse stato anche per un avveduto direttore che come cadeaux, accanto a qualche chilo di Nutella, mi fece recapitare un computer.
Un pc, la mia scrittura, il mio lavoro… ed è rinata la voglia di reagire a una situazione che mi aveva portato a qualche passo dalla morte. E’ difficile tornare a quei momenti senza che vengano i lucciconi. Quando ti svegli e, di colpo, ti scopri inutile, un mucchietto di carne che non si muove. Il tuo cervello che si avvicina pericolosamente a stati depressivi. Amici e genitori cercano invano di scacciare in un angolino i tuoi pensieri negativi: chi amerà mai un paraplegico? come farò a mantenere me e un’eventuale famiglia? Poi arriva la notte con i suoi silenzi, le sue ore che non passano mai e la mano si avvicina al pacchetto di farmaci che un infermiere distratto ha abbandonato sul comodino.
Il lavoro è vita, o almeno lo è stato per me. Undici anni fa, quando ebbi il mio incidente, incontrai le persone giuste al momento giusto, un editore, un direttore e dei colleghi che con grande intelligenza capirono ciò che solo oggi riesco ad apprezzare. Scelsero consapevolmente di darmi una seconda possibilità, regalandomi una seconda esistenza. Scelsero allora di far di tutto per riavermi al più presto in redazione. Un’ora alla settimana, poi mezza giornata, poi una giornata intera. Ricordo il giorno in cui riuscii a fare ben tre ore nel mio vecchio ufficio e poi dovetti trascorrere due giorni a letto con la febbre perché avevo forzato troppo la mano e il mio corpo non riusciva a seguire la mia voglia di vivere. Ma ero tornato a vivere… ed ero felice.

Tratto da: invisibili.corriere.it