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Ogni individuo sia valorizzato in quanto persona e non per quello che produce

domenica 29 aprile 2012

Dona il tuo 5 x mille a InHoltre

Anche quest'anno è possibile devolvere il 5 x mille della propria dichiarazione dei redditi, attraverso CUD, 730 e UNICO. Apponi la tua firma sulla dichiarazione nel posto riservato al "Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale". Indica nella stessa casella il nostro codice fiscale:

92049250803


Firmare per la destinazione del 5 x mille dell' IRPEF non costa nulla ma dà una grossa opportunità alla nostra associazione per investire delle risorse per il coinvolgimento e la socializzazione delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

Donaci il tuo 5 x mille,
 avrai 5000 grazie
da InHoltre

mercoledì 25 aprile 2012

Il caso della tedesca Hops. Ma adesso non screditiamo lo sport paralimpico


Ogni volta che ci sono casi come quello della tedesca Yvonne Hopf, mi chiedo: perché? Perché una persona finge (è il caso dei truffatori per avere la pensione) o accentua (può capitare nello sport ed è il caso citato della nuotatrice tedesca) una disabilità? Risposta facile nel caso dei truffatori: per soldi. Ma nello sport paralimpico? Lì soldi non ne girano. Anche se i professionisti ora sono molti, quelli che davvero possono dire di guadagnare bene sono pochissimi. Ed erano ancora meno, infinitamente meno, nel 1996, anno della Paralimpiade di Atlanta, quando la Hops, ipovedente (non cieca), vinse 5 medaglie d’oro. Da controlli successivi i medici scoprirono poi che vedeva più di un decimo, limite consentito per gareggiare fra gli ipovedenti. Nascono diverse riflessioni. 
La prima: lo sport paralimpico è ancora debole, a volte visto con sufficienza o con troppa benevolenza e pietrismo, troppo facile da attaccare e per questo va comunque difeso. Sarebbe come dire: siccome ci sono dei truffatori, aboliamo gli aiuti per chi ha disabilità; siccome c’è chi si dopa, tutti coloro che vincono si dopano. Troppo facile e semplicistico. Screditarlo o insinuare dubbi è invece criminale: grazie allo sport paralimpico milioni (milioni!) di persone con disabilità vivono meglio. Negli Stati Uniti la prima cosa che mostrano ai soldati che tornano con disabilità dalla guerra sono le discipline sportive che possono fare. Il messaggio: se potete divertirvi facendo sport capite che la vita vi ha solo dato una nuova opportunità e riuscirete a fare molto d’altro. 
Lo sport paralimpico è pulito. Il fatto che queste notizie escano e si scopra anche chi bara o sembra abbia barato (perché poi spesso, come nel caso di Monique Van der Vorst, spiegato anche qui, si nota che così non è) è solo sintomo che non ci si nasconde e si vuole fare in modo che questi fatti non accadano. Importante: fare controlli sempre più accurati. E’ fondamentale e in questo senso il Comitato Paralimpico Internazionale è impegnato da moltissimo. 
Il caso della Hopf è di oltre 15 fa. E le cose sono molto cambiate. Lo sport paralimpico vero e proprio, nato dopo la seconda guerra mondiale, quindi poco più di 60 anni, si è sviluppato e dato delle regole da una trentina d’anni. Regole in continuo mutamento in tutti i campi. Anche in quello delle classificazioni e dei controlli. 
A Londra 2012 torneranno le gare per atleti con disabilità intellettiva e relazionale. Saranno molto limitate (7 in tre discipline) e mancavano da Sydney 2000, quando uno scandalo coinvolse la nazionale spagnola, che vinse il torneo di basket. Si trattò di una vera e propria truffa: dieci atleti su dodici di quella squadra non avevano alcun tipo di disabilità. A svelarlo fu proprio uno di loro, il giornalista Carlos Ribagorda, che lo raccontò sulla rivista Capital. Fu un danno enorme per il Comitato paralimpico internazionale, portando alla decisione di cancellare tutte le gare per atleti con disabilità intellettiva e relazionale dalle Paralimpiadi, in attesa di studiare la situazione e fare in modo che non potessero più esserci frodi del genere. Ora i controlli sono molto più rigidi. Sapete perché non lo erano prima? Può sembrare strano, ma anche per una considerazione molto semplice: sulla disabilità non si finge. Fu in quel momento che ci si accorse che qualcuno lo faceva anche nello sport. Si chiamano truffatori, però. Ecco perché controlli e classificazioni della disabilità nello sport, in particolare quelle nazionali, devono essere molto attente, specialmente sulle disabilità “borderline”, come quella che riguarda persone ipovedenti. 
E si torna alla domanda iniziale: perché? Nello sport paralimpico i motivi davvero si fatica a comprenderli. Se c’è chi bara, va punito. Vale anche per il doping, piaga presente anche nel mondo paralimpico. Ma attenzione a farlo senza screditare un movimento che non è solo sportivo, ma anche, probabilmente soprattutto, sociale. Il nuoto paralimpico è quello dei ragazzi della foto in primo piano. Questo è quello che conta.

giovedì 19 aprile 2012

Maria Carla ha trovato una famiglia… gli altri nemmeno una legge

Caro Presidente Napolitano,
come da lei auspicato Maria Carla Morosini ha trovato una nuova e grande famiglia. Il mondo del calcio, i grandi campioni, come Balotelli (leggi la lettera di Franco Bomprezzi al campione) e Di Natale, e i calciatori meno noti del campionato di serie B la stanno stringendo in un caldo abbraccio. In tanti hanno promesso sulla tomba del fratello Piermario, un ragazzo che la vita ha fatto crescere in fretta e che troppo presto il destino ha richiamato a sé, di prendersi cura di lei che soffre di una grave disabilità mentale. Gesti e promesse che mi hanno sorpreso, ma che mi hanno fatto riflettere e lasciato con in bocca una domanda E gli altri?
Gli altri disabili gravi e gravissimi, non autosufficienti, che ne sarà di loro una volta che i parenti più stretti non ci saranno più? Il clamore del caso ha commosso l’opinione pubblica. Ora è necessario che l’attenzione non venga meno. Lo dobbiamo a Piermario, a Maria Carla e ai tanti genitori che vogliono un futuro per i loro figli più fragili.
Un giorno parlando con un padre di una persona non autosufficiente mi capitò di sentirlo pronunciare le parole: «Non può nemmeno suicidarsi. E’ costretto a vivere e sopravviverci». Rimasi di ghiaccio. Poi guardai gli occhi innamorati di quel padre e capii il tormento che lo perseguitava. Il suo pensiero e quella domanda che giorno dopo giorno faceva capolino nella sua mente e nel suo cuore. Non una domanda qualsiasi, ma la Domanda per chi convivendo con una disabilità grave si pone il problema del futuro del proprio figlio. Cosa ne sarà di mio figlio quando noi genitori non ci saremo più?
E’ sufficiente essere genitori per essere colti da un tuffo al cuore al solo pensiero. Un pensiero che qualche volta attraversa la mente di chi non vive la disabilità, ma che diventa un aculeo che punge le menti dei padri e delle madri coraggio. Quella vocina non si cancella. Come un nenia che non si vuole recitare risuona nelle menti dei genitori. E’ qualcosa che attanaglia il cuore, toglie il respiro. Che sarà di lui? Quattro parole che soffocano in gola mentre si cerca di distogliere la testa e ricacciarle nell’angolo più recondito e buio del proprio animo.
Avere a che fare con la disabilità non c’entra, qui entra in gioco l’essenza stessa della genitorialità. Un giorno parlando con Anna, un’amica che vive con un figlio con un forte disagio mentale, l’ho sentita pronunciare poche parole dal suono terribile: «Speriamo che muoia prima di me». Si riferiva al figlio. Quale tormento può spingere una mamma a pronunciare una frase così forte? Difficile crederlo, ma è un amore. Un amore che trescende tutto. Perché purtroppo in Italia non esiste un futuro per questi ragazzi che non sia l’assistenza di un parente (o qualche sporadico tentativo di qualche comune). E se questo non c’è…
E’ negli suoi figli che Massimiliano Verga, autore del suo libro Ziguli, ripone la speranza per Jacopo, bimbo con un grave deficit cognitivo. E’ nella mani della figlia che Nur Fardowza, madre e medico gastroenterologo di origine somala, che pone il futuro del figlio, Yonis, che soffre di autismo (Un’iniziativa a favore di chi soffre di Autismo). «Il mio pensiero non riesce a correre al futuro», mi ha raccontato durante una chiacchierata telefonica, «mi spaventa troppo il pensiero dell’esistenza di Yonis senza noi genitori. Stiamo lavorando in modo intenso per renderlo autonomo. E’ la nostra attuale missione. Non so se riusciremo a realizzare questo sogno. Intanto la sorella già ora, senza che la forzassimo, comincia a prendersi cura del fratello, ma il futuro cosa ci riserverà? Se la sentirà di caricarsi sulle spalle questo fardello?».
I disabili non autosufficienti sono doppiamente orfani: dei genitori una volta che questi passano a miglior vita e di una legge. Anzi di due disegni di legge che giacciono in Parlamento negletti. Il primo, che porta la firma di Livia Turco alla Camera dei deputati (proposta di legge 2024), per l’istituzione di un fondo pubblico di sostegno per le persone non autosufficienti. Fermo per mancanza di soldi. Il secondo, che affronta il problema dal punto più normativo, bloccato da 4 anni in Senato. «C’è un accordo sul testo trasversale e bipartisan», racconta Maurizio Pittori, uno degli estensori del testo che porta la firma dei senatori Zanda e Vizzini. «Non avrebbe nemmeno bisogno di una copertura finanziaria visto che fissa le norme per l’introduzione in Italia di una sorta di tutoraggio sull’esempio del trust inglese. I fondi privati in parte finanzierebbero pure la solidarietà generale». Ma nulla si muove.
Caro Presidente non lasci che i fiori che ha donato a Piermario sfioriscano… e che la speranza di questi genitori si spenga nei corridoi del Parlamento.

venerdì 6 aprile 2012

AUGURI PER UNA SERENA 
PASQUA
AI RAGAZZI
AI VOLONTARI
AI SOCI
ALLE FAMIGLIE
E A TUTTI
GLI AMICI DI INHOLTRE

lunedì 2 aprile 2012

Massimiliano e Carlo, i padri che non fuggono


Massimiliano e Carlo non sono scappati. Sarebbe stato più facile fuggire dalle responsabilità e dalle fatiche di un figlio disabile. Sarebbe stato semplice varcare fisicamente la porta per non sentire più l’acuto stridore delle urla che trafiggono le orecchie e l’acre odore delle funzioni fisiologiche espletate in loco che punge le narici. Sarebbe stato più comodo trasferirsi e ricostruire un altro nucleo famigliare con figli che considerano “sani”. Gli uomini sembra riescano meglio delle donne a recidere il cordone ombelicale che li unisce ai figli. Così nella disabilità come nella quotidianità. Non è necessario scomodare le statistiche per misurare il fenomeno. E’ sufficiente guardare alla stretta cerchia delle proprie amicizie per scoprire quante coppie scoppiate si contendono i figli e quante madri abbandonate crescono i loro cuccioli in solitaria e silenziosa autonomia. Ma la realtà parla anche di padri divorziati alla ricerca del modo di trascorrere ancora un po’ di tempo con i propri figli prima che questi siano troppo cresciuti.
La realtà parla anche di Massimiliano e Carlo. Due padri diversi, più noto il primo Massimiliano Verga (leggi la storia sulla 27esimaora), che attraverso le pagine del libro Zigulì ha urlato e raccontato i dolori e le angosce di essere papà nella disabilità. Al lettore non ha risparmiato nulla di questa quotidianità famigliare. Nel libro accanto alla rabbia gridata spesso con forza, al senso di inadeguatezza, all’impotenza di fronte a una società che non vuole vedere e capire, Verga riesce a trasmettere i suoni, gli odori, le paure, le incertezza di chi è solo a combattere un “mostro” più grande di lui. Che piaccia o meno anche questa rabbia è simbolo dell’amore immenso che lega un padre a un figlio.
L’altro, Carlo, è l’esempio di tanti altri padri che vivono nell’ombra queste difficoltà. Conosciuto in una piccola cerchia di amici, non ha più tempo per sè e dedica ogni pensiero e ogni minuto libero dal lavoro al figlio tetraplegico. Non ha scritto un libro e forse non lo scriverà mai. Purtroppo. Ho incontrato Carlo e sua moglie una sera a cena e ho scoperto una famiglia che, nelle mille tensioni della quotidianità, rema in un’unica direzione, compatta e solidale. Così Carlo e sua moglie sono, giorno dopo giorno, lì per il loro figlio. Nel loro cupo silenzio forse non hanno mai accettato che una malattia portasse via i movimenti del figlio, la sua adolescenza, il suo futuro da adulto indipendente. Carlo ha scelto, ha deciso con la moglie Maria di sovvertire la scala dei valori che la società impone, tornando a porre al centro della sua vita la famiglia e quel bambino un po’ cresciuto che in un eterno bozzolo non può sviluppare le ali per volarsene via. Carlo ha deciso: sarà le ali di suo figlio.





lunedì 26 marzo 2012

"LA FABBRICA DEL SORRISO" 2012 PER I BAMBINI CON DISABILITÀ: LA "CARITÀ" NON PIACE ALLE FAMIGLIE

Oltre 1,5 milioni di euro raccolti finora dalla campagna di Mediafriends, dedicata quest'anno ai bambini con disabilità. Alcune perplessità ha però suscitato il modo con il quale la condizione di questi bambini è stata presentata al grande pubblico delle reti Mediaset. Critiche le famiglie: "Troppa carità compassionevole, la questione centrale non è la solidarietà ma il fatto che i diritti devono essere rispettati"


ROMA - Si è appena conclusa la campagna di raccolta fondi della Fabbrica del Sorriso, promossa da MediaFriends, la onlus di Mediaset, e dedicata quest'anno ai bambini con disabilità. Il contatore ha superato la soglia del milione e mezzo, con 1.603.101 euro raccolti dal 18 al 25 marzo: una cifra destinata ad aumentare, visto che le donazioni bancarie andranno avanti fino all'8 aprile. Il ricavato sarà devoluto a 4 associazioni che sostengono bambini disabili: a Torino la Enzo B, in tutta Italia la Comunità Giovani XXIII, a Massa Carrara l'Anffas e al confine tra Liguria e Toscana la Coopselios. La campagna mediatica a sostegno della raccolta fondi ha interessato tutte le reti Mediaset, che la scorsa settimana hanno trasmesso gli spot dei singoli progetti e alcuni video riepilogativi. Spot che però hanno sollevato alcune critiche, soprattutto da parte delle famiglie di persone disabili: non piace l'impostazione "pietistica" della campagna e non piace quella definizione di "bambini con una D in più", che ritorna in alcuni spot. Marina Cometto, presidente dell'associazione Claudia Bottigelli, ha raccolto le opinioni di diversi genitori di ragazzi con disabilità tramite i social network. Anzitutto, viene sottolineata la "definizione infelice e senza senso" che fa da traino a tutta la campagna: "Bambini con una D in più". Non è ben chiaro cosa sia questa D, e certo - viene fatto notare - i bambini neri non vengono certo indicati come "bambini con una N in più". Ma sul versante comunicativo c'è di più: la sensazione che la campagna punti troppo sulla carità compassionevole, e meno sui diritti. E' il caso della descrizione della situazione dei bambini autistici e del progetto che mira a costruire una struttura per la loro integrazione. Un "messaggio distorto di compassionevole carità", che non tiene conto del fatto che "la maggior parte dei bambini con autismo vive in famiglia e frequenta la scuola" e che ci si muove su una "questione di diritti, non di carità o di solidarietà". Stesso discorso viene fatto per la vicenda di alcuni genitori che devono pagare la fisioterapia del ragazzo o che hanno a che fare con una scuola che "per mancanza di fondi non può fornire gli ausili necessari": il messaggio che viene veicolato - notano i genitori - è che solo la generosità di persone sensibili può migliorare la situazione. Ma si tratta in entrambi i casi di diritti: "La scuola e le Asl hanno il dovere di fornire gli strumenti necessari". E ancora, un altro video in cui - secondo i genitori - "viene presentato l'inserimento scolastico di un bambino con disabilità come un atto di generosità da parte degli altri bambini e disponibilità dei loro genitori". Un gesto che posto sotto questa luce fa dimenticare che non si tratta di un atto di bontà e altruismo, ma di un atto dovuto, perché l'integrazione scolastica è un diritto. Al di là dei singoli progetti sui quali la campagna voluta da Mediaset e dalla sua controllata Mediafriends verte, il giudizio sulle modalità con i quali è stata presentata è complessivamente negativo: "Non servono soldi donati, ma - viene affermato - servono diritti riconosciuti".
(26 marzo 2012)   

Tratto da SuperAbile INAIL

sabato 25 febbraio 2012

DISABILI A TEMPO INDETERMINATO

Sta succedendo. Giorno dopo giorno. Crescono l’ansia, la rabbia, la preoccupazione, l’incertezza. La disabilità non è solo una situazione umana che tocca chi la vive sulla propria pelle. Molto spesso la disabilità si trasferisce su altre persone. Per primi i genitori. La mamma. il papà. E poi i fratelli, le sorelle. E’ inevitabile. E’ così che succede da sempre, soprattutto quando la persona con disabilità non è in grado di rappresentarsi da sola, di parlare, di comunicare nel modo ordinario che noi tutti attribuiamo a questo termine.
E allora succede che l’handicap si trasferisce sui familiari. Avviene da un punto di vista legale, il che è assolutamente logico. Ma accade anche dal punto di vista della comunicazione emotiva. Specialmente in tempi difficili come questi. Quando cioè, per effetto della crisi del welfare, cadono le certezze, aumentano le insicurezze rispetto ai diritti conquistati in anni di leggi e di leggine, di certificati e di diagnosi, di percentuali e di servizi messi in fila uno dopo l’altro per ridare un senso dignitoso alla vita.
Leggo in questi giorni di una iniziativa molto forte e dolorosa, messa in atto da un gruppo di genitori su iniziativa di una mamma torinese, molto determinata e tenace, Marina Cometto (fondatrice dell’associazione Claudia Bottigelli, il nome della figlia, colpita da sindrome di Rett). Hanno deciso di restituire la tessera elettorale al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnando il gesto con una lettera dai toni forti e amari, diffusa in questi giorni grazie al tam tam dei social network, in particolare facebook. Eccone un passaggio: “La goccia che però ha fatto traboccare il vaso è stata l’ultima notizia  che ho letto riguardo ai TICKET  che si vogliono imporre anche  sulle forniture di pannoloni, ossigeno, alimenti per celiaci, ausili per diabetici , lancette, strisce e macchinette perla rilevazione quotidiana della glicemia , molti di questi sono salvavita  e la vita non si può salvaguardare  a seconda del reddito , non in un Paese civile”.
Notizie non confermate da provvedimenti, solo ipotesi di lavoro, ma tanto basta a mettere in uno stato crescente di ansia un popolo di genitori che soprattutto negli ultimi anni sono stati costretti a ridiscutere, a causa dei controlli a tappeto sulle pensioni di invalidità, originati dalla campagna sui cosiddetti “falsi invalidi”, anche certificazioni relative a situazioni di assoluta gravità, non migliorabili a meno di un miracolo.
E poi i tagli ai trasferimenti agli enti locali, la contrazione dei servizi socioassistenziali, la mancanza di punti di riferimento certi. Tutto sta portando le famiglie verso una esasperazione che è comprensibile, anche se in verità il recente incontro del ministro Fornero con le rappresentanze di Fish e Fand, i coordinamenti delle più importanti associazioni italiane, è stato tutt’altro che negativo.
Il rischio dell’antipolitica contagia dunque anche il mondo normalmente molto pacato e dignitoso dei familiari di persone disabili in situazione di gravità. La coesione sociale, di cui tanto si parla, è ai limiti di rottura. E qui non c’è nessuna monotonia da superare, visto che la disabilità, in questo caso, è davvero a tempo indeterminato.
Tratto da 
http://invisibili.corriere.it/

sabato 18 febbraio 2012

SIMONA ATZORI A SANREMO

CAMMINANDO O VOLANDO COME UNA FARFALLA.
TORINO 2006 - LAZZARO (RC) 2010 - SANREMO 2012

SIAMO TESTARDI
Nonostante le tante difficoltà...andiamo avanti. (InHoltre)


Simona che sublima la realtà, la danza a Sanremo e quel giorno che la Rai tagliò la sua arte. Con un pensiero a Candido

SANREMO: QUARTA SERATA

“Tutto comincia da un sogno”. E da quella telefonata, un giorno, di Eleonora: “Ti aspettano in Francia per provare, si danza su un vero palcoscenico”. A Eleonora, ballerina e amica, Simona aveva confidato quel sogno: “Danzare su un vero palcoscenico”.
Chissà se ha pensato al sogno, quando era lì, sul palco di Sanremo, a danzare sulle – bellissime – coreografie di un maestro come Daniel Ezralow, con musiche che ogni generazione fa sue come quelle dei Nirvana, se poi il violino lo suona David Garret diventa incantesimo: lei, nata senza braccia, ad aprire il festival danzando.
“Cosa ti manca per essere felice?”: la domanda è il titolo del libro scritto da Simona Atzori. Chi si è accorto, in quella danza che le mancava una parte del corpo? Chi non ha visto le braccia e invece ha ammirato quei movimenti, quel corpo, quel talento e quella armonia?
Simona Atzori Sanremo 2012
L’unicità di Simona è quello che è: nascondere che non ha le braccia è sbagliato. Ci pensa la danza. A far capire che la diversità è in tutti. Simona è fantastica per quello. Oscar Pistorius non è il migliore, è fra i primi 15 sprinter del mondo sui 400 metri. Chi si ricorda anche uno solo degli altri 14? Oscar è conosciuto nel mondo perché fa quello che fa in maniera straordinaria senza gambe. Questa è la sua grandezza. Senza vergogne. Questa è la grandezza di Simona. Non nascondere la realtà. Sublimarla.
Vederla e pensare a Candido che, lassù, era commosso, al “…le sue braccia sono rimaste in Cielo, ma nessuno ha fatto tragedie…” scritto come sa fare lui, alla passione per Simona, a quella copertina di “E li chiamano disabili” voluta dalla moglie, Franca, ballerina splendida, che ben sa come la danza non fa differenze, esalta ciò che c’è e ciò che manca.
La danza di Simona all’Ariston ha mostrato che qualcosa sta cambiando. Grazie a lei e a quelli, testardi e pieni di talento, come lei. Morandi non ha raccontato la sua storia, ha detto il suo nome. Un ricordo personale per spiegare meglio. Era il 2006, Simona è la protagonista della Cerimonia di apertura della Paralimpiade di Torino, una delle più belle della storia dei Giochi, trasmessa in mondovisione, per la prima volta nella storia paralimpica in tutti i continenti, centinaia di milioni di persone a vederla. Per averla in diretta sulla Rai fu necessario un compromesso. Ero nel Comitato organizzatore della Paralimpiade, al quinto piano di viale Mazzini ci (oltre a me, fra gli altri, c’erano Luca Pancalli, presidente del Comitato paralimpico, e Tiziana Nasi, presidente di Com.Par.To.) ricevettero l’allora Presidente della Rai e un dirigente tuttora in auge. “Se la fate in prima serata non la mandiamo in diretta”: questo disse quel dirigente. Non volle sapere nulla di quello spettacolo fantastico, non volle sapere di Ligabue (qualche settimana prima lo avevano inutilmente implorato di andare a Sanremo) e Zanardi, di Messner e di quella freccia di Paola Fantato (prima al mondo a partecipare nello stesso anno a Olimpiade e Paralimpiade, un vanto mondiale dello sport) che abbatteva le barriere. Niente. Si parlava di Giochi per disabili, la prima serata non andava bene. Ripeteva solo: “O partite alle 18 o niente diretta”. Un incompetente ( che naturalmente ora è salito di grado). Anche perché, fra le 18 e le 20, la Cerimonia coinvolse oltre 2 milione di spettatori. Figurarsi fosse stata in prime time. Cedemmo, fu spostato l’orario: caso più unico che raro in una cerimonia olimpica e paralimpica, si cominciò nel tardo pomeriggio in un evento nato per il buio e i giochi di luce. Inizio non promettente.
Finalmente, ecco Simona. Mancano pochi minuti ai fuochi d’artificio conclusivi. In tribuna c’era il Presidente Ciampi con la moglie. Diretta su Rai2, sto commentando insieme a Lorenzo Roata, colonna dello sport paralimpico in Rai. Sono le 20.15, mancano pochi minuti alla conclusione, è il momento più emozionante: Simona sta ballando un tango magnifico. In cuffia, ci comunicano: “Due minuti e chiudere”. Chiudere?!? Chiudere?!? Ma sta danzando Simona Atzori, come chiudere?!? Tentiamo di farlo capire. Niente: “Un minuto, 30 secondi…”. E Simona danzava. “Chiudere, 10, 9. 8…”. Un tango indimenticabile. “3, 2, 1…”. La gente era estasiata, Simona si muoveva come sa fare lei, come ha fatto davanti a Giovanni Paolo II al Giubileo 2000, come farà a Sanremo 2012. Ma quel funzionario, sconosciuto e probabilmente nemmeno redarguito, non se ne accorse. “Ok, siete fuori…”. Ci venne da piangere. Guardammo lo schermo: stavano andando in onda i cartoni animati di Tom&Jerry, mentre si attendeva il Tg della sera…
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