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Ogni individuo sia valorizzato in quanto persona e non per quello che produce

sabato 2 giugno 2012

La madre di una disabile scrive

MIA FIGLIA  SI CHIAMA CLAUDIA, 
HA 39 ANNI E LA SINDROME DI RETT. 

Abbiamo cercato  di offrirle il meglio, abbiamo, con le poche informazioni che si potevano avere 39 anni fa cercato soluzioni e cure che potessero  offrirle  opportunità  di riabilitazione  e un futuro migliore, eravamo soli, perché la disabilità oltre gli ostacoli burocratici, medici, organizzativi famigliari porta anche alla solitudine, gli amici si allontanano seguiti spesso anche dai parenti, ma siamo comunque riusciti a rimanere famiglia cercando di offrire ai nostri figli oltre all’amore  incondizionato  la consapevolezza di essere tutti allo stesso modo amati e seguiti. Ho dedicato la mia vita all’assistenza di Claudia quando abbiamo capito che per lei non potevamo fare altro che amarla e farla stare al meglio, cullata tra le braccia e le attenzioni di tutti noi. Quando gli altri figli sono diventati adulti è diventata il centro delle priorità per ognuno di noi, se sta bene lei stiamo bene tutti. Non abbiamo mai  preteso né lussi, né privilegi,abbiamo avuto una vita sociale limitata ma questo non ci ha impedito di rimanere nel contesto sociale, non ci spaventano le difficoltà e ne abbiamo affrontate in silenzio molte. Claudia ama la sua casa e qui deve poter rimanere anche quando noi genitori non ci saremo più, non dovrà essere ricoverata in istituto, perché anche fosse il migliore del mondo non riuscirebbe a garantirle tutte le attenzioni a cui lei è abituata e sarebbe una lenta agonia. Perché una persona con disabilità cognitive deve essere allontanata dalla propria casa quando i genitori non ci sono più? Perché  non si rispettano le volontà dei genitori, e sono molti, e non si cerca di trovare un accordo che garantisca la permanenza al domicilio della persona con disabilità  anche dopo che questi genitori com’è naturale nel percorso di ogni  vita, non ci saranno più? La sorella di Claudia, che desidera prendersene cura ha il diritto però di continuare a vivere la sua vita lavorativa  e a non far mancare ai suoi figli e al proprio marito le attenzioni che offre loro ora, per questo io chiedo, anzi pretendo che sia finalmente messa in atto  correttamente  la legge162 /98 che riconosce alle persone con disabilità gravissima  di poter avere assistenza  fornita dall’Ente pubblico anche per 24 ore al giorno. Che senso ha una buona legge inapplicata per carenza di fondi. Se Claudia fosse ricoverata  in una struttura sanitaria –assistenziale costerebbe alla collettività  300-400 euro al giorno essendo totalmente non autosufficiente, semprechè naturalmente la si voglia tenere in vita,  cosa cambia se quella stessa cifra fosse spesa per assumere persone che l’assistono a domicilio? Vorrei iniziare un confronto serio, costruttivo e concreto  con le istituzioni a questo scopo, vorrei poterlo fare senza dovermi rivolgere alla legge e alla Corte Europea  per avere riconosciuto il diritto di Claudia a rimanere nel contesto familiare senza dover penalizzare la sorella. A un genitore non si può chiedere di sacrificare la vita di un figlio per il benessere di un altro, ma quel genitore può e deve  chiedere alle Istituzioni di poter garantire a ognuno di loro il diritto a vivere una vita dignitosa e serena  senza che  la disabilità influisca  negativamente  sulla realizzazione di questa. Sono pronta a impegnarmi per questo e spero che altri genitori trovino la forza e il coraggio per fare altrettanto,  per una vera realizzazione  del futuro dei loro figli e per poter chiudere  gli occhi con serenità. Se invece  LA POLITICA ITALIANA pensa che dobbiamo togliere il disturbo eliminandoci che lo dica apertamente che ci organizziamo.
 
MARINA COMETTO
combot@alice.it


ALCUNI DEI TANTI COMMENTI
  • Gentile Signora, tutto il dolore e le preoccupazione da Lei espresse sono condivise da migliaia di cittadini, la soluzione che Lei propone, a mio parere e per l’esperienza personale di vita, mi fanno ritenere che sia la peggiore di tutte. Infatti nella società moderna non esistono persone con i equisiti per assistere una persona con i problemi di sua figlia. Le difficoltà e la solitudine di Claudia si accrescerebbero enormemente. Forse sarebbe meglio, che già da subito Lei si mettesse alla ricerca di una struttura sanitaria la più idonea ed UMANA ad accogliere la figlia in questo modo sia Lei che i fratelli di Claudia avreste la possibiltà di controllare l’idoneità dela struttura. Tutto questo perchè l’organizzazione del sistema della società attuale ha perso ogni forma d’umanità per dare il passo al cinismo, al denaro,alla crudeltà ed alla cattiveria. I Cittadini onesti ed intelligenti operando una forte pressione sui Governi possono modificare il sitema sociale con riforme drastiche. Per esempio creando al posto delle Forze Armate,di Polizia, Carbinieri, Vigili Urbani, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, Guardie Forestali, Guardie Provinciali, istituire una nuova organizzazione Nazionale a difesa della collettività e del Cittadino pronta ad intervenire su ogni piccolo o grande problema in modo umano e dignitoso.


  • Adele, con il mio scritto non chiedo certo consigli o pareri su ciò che sarebbe meglio per mia figlia,io lo so bene , anzi benissimo qual è la soluzione migliore per assicurale cure, amore , considerazione e rispetto ,così come ha avuto per questi suoi primi 39 anni di vite. Certo è la soluzione che va bene per me e la mia famiglia e potrebbe non andar bene per altri, credo però che la libertà di opinione e volontà come genitore sia da rispettare.
    Che poi la nostra società non sia a misura umana ne sono consapevole, ma non è certo adeguandomi a quanto proposto e organizzato dalle istituzioni che garantisco la vita di mia figlia anche dopo di noi. Claudia rimarrà a casa sua anche quando noi genitori non ci saremo più, come? non arrendendomi al pensiero comune ma continuando a lottare per offrirle il meglio per una vita dignitosa adeguata alle sue condizioni. Nessuna struttura diventerà mai casa di Claudia perchè Claudia una casa c’è l’ha.


  • Guglielmo Pepe 2 giugno 2012 alle 19:29
    Marina, Francesca, Maria Pia, Adele, Rita, Chiara, Nadia, Maria.
    Noto e faccio notare ai lettori che le persone intervenute sulle condizioni di vita dei disabili e delle loro famiglie, sono tutte donne. È una conferma che il peso di tale situazioni, anche se non ricade quasi sempre esclusivamente sulle spalle femminili, coinvolge molto di più le donne degli uomini. E non solo materialmente, anche culturalmente e socialmente. Viene da pensare che se la situazione della vita “diversa” è tanto difficile, dura, dolorosa nel nostro Paese, è anche perché una parte della comunità, quella maschile, seppure non nella sua totalità, non si impegna come dovrebbe quando in famiglia c’è una persona disabile. Credere che “portare i soldi a casa” sia sufficiente per assolvere i propri doveri poteva, forse, essere una giustificazione, un paravento, quando le donne non lavoravano. Ora non pìù. E noi uomini dovremmo interrogarci e rispondere sulle nostre insufficienze e sulle nostre responsabilità.


  • Tratto da: http://www.repubblica.it/


     

    domenica 20 maggio 2012

    "Handicappato sarà lei!". Viaggio fra le parole (buone e cattive) della disabilità


    Sono tante e numerose le parole utilizzate per indicare le persone con disabilità: quello della lingua è un vero e proprio campo di battaglia, dove antiche ottiche, impastate di ignoranze e pregiudizi, si scontrano con nuove conoscenze e sensibilità, con nuove esigenze di scienza, di vita sociale, di umanità. Da "handicappato" a "disabile", passando per "storpio" e arrivando al controverso "diversamente abile" un percorso illustrato in compagnia di esperti, artisti, intellettuali
    ROMA - Non è facile trovare il modo migliore di definire la disabilità. Sull'argomento le opinioni sono molte, e le parole - molto spesso - dividono. Il nostro mensile, SuperAbile Magazine, ha dedicato al tema un'inchiesta, girando la questione ad alcuni esperti, artisti e intellettuali: da Franco Bomprezzi a Matteo Schianchi, da Claudio Imprudente a David Anzalone, da Gianluca Nicoletti a Massimo Cirri, da Giampiero Griffo ad Antonietta Laterza, fino alla voce dell'autorevole linguista Tullio De Mauro. Per scoprire che non bisogna mai arrendersi alla banalità del linguaggio comune. In questo articolo, e in quelli ad esso collegati, ecco una panoramica illustrata di tutte le parole o le locuzioni utilizzate per definire la disabilità: per ciascuna di esse, una spiegazione da parte di uno degli esperti sopra citati. Nel nostro viaggio abbiamo incontrato "disabile", "costretto su sedia a rotelle", "deficit", "handicappato", "infelice", "matto", "non vedente/non udente", "normodotato", "persona con disabilità", "storpio", fino a "diversabile" e "diversamente abile". All'inchiesta abbiamo dato il nome di "Handicappato sarà lei!", titolo provocatorio scelto per approfondire un argomento spinoso, che oscilla tra la burocrazia delle definizioni e "la moda del politicamente corretto".
    Disabile. Il problema di questo aggettivo - spiega Franco Bomprezzi - è che si è trasformato in sostantivo. Ecco perché alla fine è stato necessario articolare il pensiero fino a giungere, in sede di Nazioni Unite, a "persona con disabilità". Disabile di per sé infatti è una evoluzione intelligente di handicappato. Meno greve, meno stigmatizzante, ma pur sempre in negativo, con quel prefisso "dis" che connota la parola, e dunque anche la condizione umana. Disabile però è un termine onesto, in qualche modo ragionevole e realistico. È quasi il naturale punto di congiunzione tra ciò che pensa la gente e la realtà di chi vive su di sé la condizione di disabilità, motoria, sensoriale, intellettiva. È un termine molto generico, non particolarmente offensivo, ma tale comunque da connotare la persona, dimenticando di confrontare la sua situazione con l'ambiente che la circonda, e con il contesto sociale e culturale nel quale è inserita. Non a caso, ormai un bel po' di anni fa, ho pensato a "SuperAbile", quale nome del progetto che Inail stava realizzando. Un gioco di parole, ma anche, in qualche modo, il tentativo semantico di esorcizzare e di ribaltare un altro "luogo comune".
    Handicappato. "Abitualmente ci chiamano con una miriade di nomi tutti diversi: disabili, invalidi, invalidi civili, ipocinetici, affetti da deficit motorio che, a sentirlo, sembra si tratti di un nuovo modello di scooter...", commenta il comico Zanza, nome d'arte di David Anzalone. Osservando che l'"accanimento terapeutico" nell'uso dei sinonimi "ci crea delle crisi d'identità pazzesche, tanto che non sappiamo più chi siamo! Forse qualcuno si sente più sollevato nell'usare questi eufemismi, pensando di essere un intellettuale alla ricerca di un linguaggio democratico e sensibile". E a proposito del termine "normale", aggiunge: "Già non siamo uguali nemmeno tra noi, figurarsi se possiamo essere uguali ai ‘normali'. Se poi penso che i cosiddetti normali sono quelli che leggiamo sui quotidiani: il marito che ammazza la moglie, la moglie che fa fuori il figlioletto, il deputato che organizza i festini hard, la madre orgogliosa per la splendida carriera della figlia che partecipa ai festini hard del deputato... Sai cosa vi dico? Che io non solo non sono normale, ma non ci tengo neanche a esserlo!".
    Persona con disabilità. "È il termine usato dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità dell'Onu, divenuto standard internazionale", spiega Giampiero Griffo, attivo da 40 anni nel campo della tutela dei diritti umani delle persone con disabilità, membro del Consiglio mondiale di Disabled Peoples' lnternational, del board dell'European Disability Forum per conto del Forum italiano della disabilità e della Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish). Il termine "persona" - dice Griffo - non descrive un individuo con un attributo che è solo una parte di esso (come per esempio invalido, disabile, diversabile, ecc.), usando un termine (persona) che è neutro, in quanto non ha caratteristiche né positive né negative, e un significato (e valore) universale per tutti gli esseri umani. Il concetto di disabilità poi «è il risultato dell'interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri». Quindi non sono le caratteristiche soggettive delle persone a creare svantaggio ed esclusione sociale. La particella "con" infine rende esplicito che la disabilità è responsabilità sociale, creandosi solo in determinate condizioni: quando una persona in sedia a rotelle incontra una scala, un cieco un testo stampato, quando si parla alle spalle di un sordo. Leggi l'inchiesta sul secondo numero del magazine di Superabile. 

    Tratto da www.superabile.it

    venerdì 18 maggio 2012

    «Una coppia con un figlio disabile può adottare un altro bambino»

    Corte d’Appello di Milano ribalta una sentenza del Tribunale dei Minori che aveva negato questa possibilità a due genitori

    MILANO - Una coppia con un figlio che ha una disabilità è considerata idonea ad adottare un bambino. La Corte d’Appello di Milano ha ribaltato una sentenza del Tribunale dei Minori che qualche mese fa aveva negato questa possibilità a una coppia che aveva fatto richiesta di adozione internazionale indicando che in famiglia vi era un figlio con disabilità. La Corte d’Appello ha accolto il ricorso della coppia, giudicandola idonea, e sottolineando come la sentenza di primo grado fosse viziata da un pregiudizio verso la disabilità.
    SINDROME DI DRAVET - Elena e Patrick sono sposati dal 2004 dopo anni di convivenza, 36 anni lei, 38 lui, un figlio di sei, buon lavoro per entrambi, casa nel Varesotto, avevano fatto domanda di adozione internazionale. Carabinieri, Servizi Sociali e psicologo incaricato dall'Asl avevano dato parere favorevole. Il Tribunale dei Minori aveva invece accolto infatti il solo parere contrario del Pubblico Ministero: «La coppia, già gravata dalla malattia del figlio naturale» non può «essere gravata anche da problematiche e rischi che l’adozione internazionale potrebbe comportare». Il figlio Nicolò ha una forma di epilessia, la sindrome di Dravet. «La prima crisi a sei mesi e fino ai tre anni è stata dura. È borderline per la sua malattia: va all’asilo, ha un maestro di sostegno, un lieve ritardo psicomotorio, un disturbo dell’attenzione, è iperattivo. So che sembra assurdo, ma non potevamo sperare di meglio: Nicolò è Nicolò». Elena si illumina parlando del figlio: «Quando entra in classe è come se entrasse il sole».
    LE POSIZIONI - «Una decisione che nasceva da un pregiudizio sulla disabilità, in contrasto con la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, Costituzione e legge 67/2006, che vieta la discriminazione a causa di disabilità»: Rosa Cervellione, presidente della Federazione Italiana Epilessie, è l’avvocato che ha anche curato il ricorso della coppia. Di diverso parere era Mario Zevola, presidente del Tribunale dei Minori: «Curiamo gli interessi dei minori. Si cercano le coppie che garantiscano le migliori condizioni e non determino problemi ai bambini abbandonati». La Corte d’Appello ha ribaltato la decisione di primo grado: «…appare fondata su una concezione statica e assoluta, per così dire, della disabilità come malattia, anziché come condizione risultante dall’interazione tra il disabile e tutto quanto lo circonda».
    I GENITORI - I giudici della Corte d’Appello hanno poi avuto parole molto significative verso i due genitori, riconoscendo che avendo la famiglia esperienza con un figlio con disabilità sia in grado di affrontare meglio le difficoltà che una adozione comporta: «Appaiono capaci di affrontare le rilevanti difficoltà connesse all’adozione internazionale, perché consapevoli della complessità dell’essere genitori, preparati alla diversità e in grado di assumersi il disagio e la sofferenza di cui il minore da adottare è spesso portavoce per vicende dolorose - di abbandono, di abusi, di estrema povertà – vissute lontano, vicende che a volte restano per i genitori ignote per lungo tempo e che però segnano la crescita e la relazione».

    Claudio Arrigoni
    Tratto da: Corriere della Sera Blog: Invisibili

    domenica 13 maggio 2012

    MAMMA

    Dedicata a tutte le mamme del mondo, sopratutto a quei figli che non sono un mondo a parte ma una parte del mondo!
    Beniamino Gigli
    C. A.Bixio - B.Cherubini
    (1940)

    Mamma, son tanto felice
    perché ritorno da te.
    La mia canzone ti dice
    ch'è il più bel giorno per me!
    Mamma son tanto felice...
    Viver lontano perché?
    Mamma, solo per te la mia canzone vola,
    mamma, sarai con me, tu non sarai più sola!
    Quanto ti voglio bene!
    Queste parole d'amore che ti sospira il mio cuore
    forse non s'usano più,
    mamma!,
    ma la canzone mia più bella sei tu!
    Sei tu la vita
    e per la vita non ti lascio mai più!
    Sento la mano tua stanca:
    cerca i miei riccioli d'or.
    Sento, e la voce ti manca,
    la ninna nanna d'allor.
    Oggi la testa tua bianca
    io voglio stringere al cuor.
    Mamma, solo per te la mia canzone vola,
    mamma, sarai con me, tu non sarai più sola!
    Quanto ti voglio bene!
    Queste parole d'amore che ti sospira il mio cuore
    forse non s'usano più,
    mamma!,
    ma la canzone mia più bella sei tu!
    Sei tu la vita
    e per la vita non ti lascio mai più!
    Mamma... mai più!

    martedì 8 maggio 2012

    Dona il tuo 5 x mille a INHOLTRE

    Anche quest'anno è possibile devolvere il 5 x mille della propria dichiarazione dei redditi, attraverso CUD, 730 e UNICO. Apponi la tua firma sulla dichiarazione nel posto riservato al "Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale". Indica nella stessa casella il nostro codice fiscale:

    92049250803


    Firmare per la destinazione del 5 x mille dell' IRPEF non costa nulla ma dà una grossa opportunità alla nostra associazione per investire delle risorse per il coinvolgimento e la socializzazione delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

    Donaci il tuo 5 x mille,
     avrai 5000 grazie
    da InHoltre

    martedì 1 maggio 2012

    Quando il lavoro è riabilitazione


    sostenuta dalla Comunità di sant’Egidio

    La Trattoria degli amici di Roma è un’importante occasione di formazione per persone con disabilità intellettiva e relazionale.

    MILANO - Sono i 12 commis di cucina e di sala della cooperativa Pulcinella che lavorano alla Trattoria de Gli amici di Roma (foto di gruppo di Emiliano Lembo), entrambe realtà sostenute dalla Comunità di sant’Egidio. Nata nel 1991, la Trattoria è un’importante occasione di formazione e di lavoro per persone con disabilità intellettiva e relazionale. «Nel corso di questi anni avremo formato una trentina di persone. Alcuni ragazzi sono rimasti a lavorare da noi, altri invece sono passati alla concorrenza. E che concorrenza: Troiani, Roscioli, solo per fare due nomi. Questo perché sono lavoratori a pieno titolo», racconta Giuseppe Di Pompeo, responsabile della Trattoria.
    INABILE AL LAVORO - Diceva il certificato medico: una porta chiusa verso il mondo. Maurizio Valentini l’ha voluta aprire e oggi è il sommelier della Trattoria. «Erano gli anni '90, pochi pensavano che un disabile intellettivo potesse lavorare. A partire dalle stesse famiglie, che non immaginavano che loro figlio potesse, anziché ricevere una pensione, guadagnarsi uno stipendio. Abbiamo lottato tanto perché Maurizio non fosse più “classificato” a quel modo e così è diventato uno dei nostri primi collaboratori e oggi è un sommelier ricercato per le sue competenze. Astemio al 100%, Maurizio conosce tutto dei vini e ha imparato gusti e abbinamenti grazie a una meticolosa mappatura dei riscontri dei clienti. Chi conosce le sue abilità, lo richiede espressamente al tavolo».
    PRENDERE IN MANO LA PROPRIA VITA - È accaduto a Angela Massa, che in trattoria fa la cameriera. «Angela arriva da una famiglia problematica: una mamma molto anziana, una sorella anche lei disabile, in un ambiente di povertà ed emarginazione. Angela grazie al lavoro ha potuto sposarsi e insieme al marito, anche lui disabile e anche lui lavoratore – fa il bidello - affittare una casa, condurre una vita normale. Dimostrando autonomia, voglia di riscatto».
    LAVORO COME TERAPIA - «È l’obiettivo che di volta in volta condividiamo con l’Asl che ha in cura persone con grave invalidità e che non hanno mai provato cosa significhi lavorare. Non sempre diventano dei lavoratori. Ma se c’è uno spiraglio, ci sono molte speranze. Il lavoro è riabilitazione. Nei casi in cui si riesce, la persona si trasforma. È necessario, però, che il percorso sia una vera e propria attività lavorativa, pur commisurata al singolo caso».
    INDISPENSABILI - «Senza questi ragazzi non potrei aprire la trattoria che ha 60 coperti nelle sale interne e 30 all’aperto, in una delle più belle piazzette di Trastevere, a pranzo e a cena. I ragazzi sono veri e propri lavoratori, su turni, con un preciso compito e ciascuno ci mette tutto stesso per farlo al meglio. Sono fedeli e affidabili, ci tengono talmente tanto al loro lavoro che fanno pochissime assenze. E creano un bel clima con gli altri colleghi normodotati».
    NESSUNA SOLIDARIETÀ - «I clienti sono soddisfatti della nostra cucina e del servizio. A volte non si accorgono nemmeno che fra il personale ci sono i ragazzi della cooperativa. Quest’anno a Vinitaly abbiamo servito 900 persone che hanno visitato il nostro stand-ristorante. Un riconoscimento prima di tutto della professionalità. Quando clienti e operatori conoscono la nostra storia, allora ci dicono anche che facciamo una bella cosa».
    IL RITORNO A CASA - «I ragazzi hanno un problema che non siamo ancora riusciti a risolvere. Camerieri e personale di cucina sono costretti a lasciare le loro mansioni quando ancora c’è gente ai tavoli. Per tornare a casa usano i mezzi pubblici, e sull’esperienza, è meglio che non prendano l’ultimo metrò o bus. Si sono verificati, infatti, alcuni episodi di bullismo. Ci stanno aiutando i tassisti, ma vorremmo avere un servizio diverso».

    Carmen Morrone

    domenica 29 aprile 2012

    Dona il tuo 5 x mille a InHoltre

    Anche quest'anno è possibile devolvere il 5 x mille della propria dichiarazione dei redditi, attraverso CUD, 730 e UNICO. Apponi la tua firma sulla dichiarazione nel posto riservato al "Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale". Indica nella stessa casella il nostro codice fiscale:

    92049250803


    Firmare per la destinazione del 5 x mille dell' IRPEF non costa nulla ma dà una grossa opportunità alla nostra associazione per investire delle risorse per il coinvolgimento e la socializzazione delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

    Donaci il tuo 5 x mille,
     avrai 5000 grazie
    da InHoltre

    mercoledì 25 aprile 2012

    Il caso della tedesca Hops. Ma adesso non screditiamo lo sport paralimpico


    Ogni volta che ci sono casi come quello della tedesca Yvonne Hopf, mi chiedo: perché? Perché una persona finge (è il caso dei truffatori per avere la pensione) o accentua (può capitare nello sport ed è il caso citato della nuotatrice tedesca) una disabilità? Risposta facile nel caso dei truffatori: per soldi. Ma nello sport paralimpico? Lì soldi non ne girano. Anche se i professionisti ora sono molti, quelli che davvero possono dire di guadagnare bene sono pochissimi. Ed erano ancora meno, infinitamente meno, nel 1996, anno della Paralimpiade di Atlanta, quando la Hops, ipovedente (non cieca), vinse 5 medaglie d’oro. Da controlli successivi i medici scoprirono poi che vedeva più di un decimo, limite consentito per gareggiare fra gli ipovedenti. Nascono diverse riflessioni. 
    La prima: lo sport paralimpico è ancora debole, a volte visto con sufficienza o con troppa benevolenza e pietrismo, troppo facile da attaccare e per questo va comunque difeso. Sarebbe come dire: siccome ci sono dei truffatori, aboliamo gli aiuti per chi ha disabilità; siccome c’è chi si dopa, tutti coloro che vincono si dopano. Troppo facile e semplicistico. Screditarlo o insinuare dubbi è invece criminale: grazie allo sport paralimpico milioni (milioni!) di persone con disabilità vivono meglio. Negli Stati Uniti la prima cosa che mostrano ai soldati che tornano con disabilità dalla guerra sono le discipline sportive che possono fare. Il messaggio: se potete divertirvi facendo sport capite che la vita vi ha solo dato una nuova opportunità e riuscirete a fare molto d’altro. 
    Lo sport paralimpico è pulito. Il fatto che queste notizie escano e si scopra anche chi bara o sembra abbia barato (perché poi spesso, come nel caso di Monique Van der Vorst, spiegato anche qui, si nota che così non è) è solo sintomo che non ci si nasconde e si vuole fare in modo che questi fatti non accadano. Importante: fare controlli sempre più accurati. E’ fondamentale e in questo senso il Comitato Paralimpico Internazionale è impegnato da moltissimo. 
    Il caso della Hopf è di oltre 15 fa. E le cose sono molto cambiate. Lo sport paralimpico vero e proprio, nato dopo la seconda guerra mondiale, quindi poco più di 60 anni, si è sviluppato e dato delle regole da una trentina d’anni. Regole in continuo mutamento in tutti i campi. Anche in quello delle classificazioni e dei controlli. 
    A Londra 2012 torneranno le gare per atleti con disabilità intellettiva e relazionale. Saranno molto limitate (7 in tre discipline) e mancavano da Sydney 2000, quando uno scandalo coinvolse la nazionale spagnola, che vinse il torneo di basket. Si trattò di una vera e propria truffa: dieci atleti su dodici di quella squadra non avevano alcun tipo di disabilità. A svelarlo fu proprio uno di loro, il giornalista Carlos Ribagorda, che lo raccontò sulla rivista Capital. Fu un danno enorme per il Comitato paralimpico internazionale, portando alla decisione di cancellare tutte le gare per atleti con disabilità intellettiva e relazionale dalle Paralimpiadi, in attesa di studiare la situazione e fare in modo che non potessero più esserci frodi del genere. Ora i controlli sono molto più rigidi. Sapete perché non lo erano prima? Può sembrare strano, ma anche per una considerazione molto semplice: sulla disabilità non si finge. Fu in quel momento che ci si accorse che qualcuno lo faceva anche nello sport. Si chiamano truffatori, però. Ecco perché controlli e classificazioni della disabilità nello sport, in particolare quelle nazionali, devono essere molto attente, specialmente sulle disabilità “borderline”, come quella che riguarda persone ipovedenti. 
    E si torna alla domanda iniziale: perché? Nello sport paralimpico i motivi davvero si fatica a comprenderli. Se c’è chi bara, va punito. Vale anche per il doping, piaga presente anche nel mondo paralimpico. Ma attenzione a farlo senza screditare un movimento che non è solo sportivo, ma anche, probabilmente soprattutto, sociale. Il nuoto paralimpico è quello dei ragazzi della foto in primo piano. Questo è quello che conta.