La cittadinanza è invitata a partecipare.
.
Ogni individuo sia valorizzato in quanto persona e non per quello che produce
sabato 29 marzo 2014
mercoledì 19 marzo 2014
Se c’è anche il papà
Buona Festa del Papà. Ma c’è padre e padre. O no?
Si chiama Yu Xukang, ha quarant’anni, è divorziato ed ha un figlio di
dodici anni, con disabilità. Ha fatto notizia questo papà cinese che
percorre ogni giorno 29 chilometri per portare il figlio a scuola, a
piedi e sulle proprie spalle. Il Daily Mail lo ha eletto uomo dell’anno.
Ne ha scritto anche il Corriere della Sera. La fatica di questo papà mi riporta alla memoria quella sportiva del Team Hoyt,
Dick e Rick, padre e figlio con paralisi cerebrale, che ha partecipato
più volte all’Ironman, una forma molto dura di triathlon in cui Dick ha
macinato 3,8 chilometri a nuoto trascinando un canotto con dentro il
figlio, 180 chilometri su una bicicletta preparata con una speciale
seduta per Rick e 42 chilometri di corsa spingendo la sedia a rotelle su
cui Rick ha esultato tagliando il traguardo di una gara
meravigliosamente tremenda.
Sono storie estreme che nascono in contesti ambientali ed economici
lontanissimi, in tutti i sensi. Eppure a noi, commozione a parte, dicono
le stesse cose. E parlano degli uomini, dei loro silenzi, di paternità
vissute con trasporto, di forme d’amore così denso che si può toccare,
misurare col metro e pesare con la bilancia. Ne scrisse una toccante esperienza anche Simone Fanti su InVisibili.
E che si mette alla prova: ogni giorno viene infranto un nuovo
piccolissimo record. Alle nostre latitudini invece si parla poco di
consapevolezza paterna e quasi nulla di relazione con la disabilità.
Come se coltivare i figli, oltre che accudirli, fosse mansione
esclusivamente materna; come se la maternità fosse un obbligo e la
paternità un optional; come se non fosse normale per una donna non avere
voglia di maternità e destinare le proprie energie ad altro; come se
non fosse normale per gli uomini avere uno spiccato senso della cura e
una propensione potente verso la genitorialità.
Anni fa, al centro in cui mio figlio riceve le cure riabilitative, i
padri erano presenti come autisti o per aiutare nelle mansioni più
faticose. E invece i padri oggi sono protagonisti, si mostrano liberi da
compiti di utile contorno, con i figli piccoli in collo; accompagnano
figli adolescenti e con loro fanno squadra; lottano accanto ai figli
adulti.
E li ascolto, in sala d’aspetto, quando parlano dei progressi dei
propri figli, smisuratamente orgogliosi delle loro infinitesimali
conquiste; e a volte, quando con più facilità si indovina la dimensione
della loro solitudine, sono separati o vedovi. E coraggiosi e affamati
di vita e di valori.
E sorrido pensando che sono lontani anni luce i giorni in cui ci si
vergognava dei figli strani e al massimo, con tenerezza, ci si doleva; e
solo tra amici intimi. Ma il fiorire in breve tempo di una serie di
libri scritti da padri di figli con disabilità mi sembra sintomatico di
un bisogno prepotente di raccontarsi e di dare pubblicamente di sé. Il
coraggio di farlo non è, forse, ancora così diffuso ma personalmente ci
spero, perché l’universo maschile merita di essere viaggiato e
conosciuto in questa sua veste particolare. Massimiliano Verga, con “Zigulì” e “Un gettone di libertà”; Gianluca Nicoletti, con “Un giorno ho sognato che parlavi”; Franco e Andrea Antonello, con “Sono graditi visi sorridenti”
sono tre esempi di padri che devono alla propria iniziativa e
all’autenticità dei loro scritti il favore che hanno incontrato presso
il pubblico che, evidentemente, è tutt’altro che sordo all’approccio
maschile alla genitorialità specie di un figlio con disabilità.
E allora, coraggio. E una volta di più, mille e mille auguri.
Tratto da invisibili.corriere.it
domenica 16 marzo 2014
Ribaltare la "disgrazia": così mia figlia disabile mi ha insegnato la felicità
Antonia Chiara Scardicchio è la mamma di Serena, bambina con grave
ritardo mentale: "Lei non ha nessuna possibilità di riscatto. Però è
felice. E io ho imparato da lei. Un bimbo disabile non è solo portatore
di limiti, ma di valori". La sua esperienza in "Madri. Voglio vederti
danzare"
RIMINI - "Io la chiamo ‘arte della lamentazione': è la
postura di chi rimane fermo davanti ai problemi. Immobile, non fa altro che
piangersi addosso. Poi c'è l'‘arte della benedizione': è la forza di chi,
davanti a una disgrazia, la ribalta a proprio favore. Io sono passata dalla
prima alla seconda grazie a Serena". Serena è una bambina di 10 anni con un
ritardo mentale grave con tratti autistici. A parlare è la mamma, Antonia
Chiara Scardicchio, 39enne barese, docente al Dipartimento di Studi Umanistici
dell'Università di Foggia e autrice del libro "Madri. Voglio vederti danzare",
edito da Agenzia Nfc. "Nella vita ho incontrato quelle che ho ribattezzato
‘madri addolorate', ma anche tante ‘madri maestre di danza', quelle che hanno
capito che ai figli bisogna insegnare, ostinatamente e nonostante tutto, a
essere felici".
Il libro non si rivolge solo alle madri di figli disabili,
ma a tutti, uomini e donne, madri e padri, con figli in salute o malati, perché
possano comprendere come gioire delle piccole cose della vita, come non si
debba arrivare per forza a perdere tutto per capire quanto, invece, avessimo
sin dall'inizio. Perché un bambino disabile non è solo portatore di limiti, ma
anche di risorse: "Serena non ha niente, non sa leggere né scrivere, non ha
nessuna proprietà di linguaggio. Io vivo di libri, studio libri, mangio libri,
respiro parole: vissi i primi momenti come una disgrazia. Ma poi vidi la sua
felicità, felicità per tutto quello che la circonda, felicità per essere viva.
Ho imparato da lei e posso assicurare che, senza di lei, non sarei felice come
lo sono ora. Qualcuno potrebbe obiettare che tutto ciò non ha senso, che io
vivo dentro un'illusione, che io dico tutto ciò per autoconvincermi. A loro
rispondo citando Jerome Bruner: ‘la vita è come te la racconti'. La felicità
dipende da come leggi le circostanze". Ma attenzione: non si tratta di
abbracciare la filosofia new age: "Perché le disgrazie esistono, inutile
negarlo. Ma le ferite si possono trasformare in feritoie, come scriveva Aldo
Carotenuto".
"Madri. Voglio vederti danzare" è curato da Antonella
Chiadini con le illustrazioni di Patrizia Casadei e un appendice di immagini
della scultrice Angela Micheli. È stato realizzato con il contributo della Fondazione
San Giuseppe per l'aiuto materno e infantile onlus di Rimini, che ha rinunciato
ai proventi per destinare tutto il ricavato alla scuola di Serena: "Serena,
disabile al 100 per cento, frequenta una scuola paritaria. Quest'anno, per i
tagli alla spesa pubblica, non ha ricevuto il contributo ministeriale per
l'insegnane di sostegno per mia figlia, sebbene sia un suo diritto
costituzionale: così, è intervenuta la Fondazione".
Già, le istituzioni: "Le istituzioni sono il vero handicap,
contribuiscono a moltiplicare i disagi. Tutti i genitori di figli disabili
dicono che il nostro è un vero e proprio lavoro: code, burocrazia, troppi
passaggi. I diritti dei disabili restano solo sulla carta: nella realtà non
esistono". Così, i genitori sono chiamati a rimboccarsi le maniche: "I servizi
sociali non arrivano, al contrario di quanto accade nel resto d'Europa: perché
un bambino disabile in Francia ha una vita completamente diversa da un piccolo
disabile in Italia? Conosco un sacco di genitori che, potendoselo permettere,
hanno abbandonato il nostro Paese e sono espatriati. Nel resto dell'Europa, le
famiglie con un figlio disabile, vengono realmente adottate dallo Stato". Nel
caso di Antonia Chiara, nucleo mono-genitoriale, la situazione è
paradossalmente all'opposto: la pensione di invalidità, poco meno di 500 euro,
non basta: "Mi dicono: se i soldi sono un problema, perché non iscrivi Serena a
una scuola pubblica? Perché Serena non è un pacchetto: nella sua classe ha
trovato una famiglia, e io non voglio sradicarla. Sarò io a fare tutti i
sacrifici possibili pur di farla stare bene". Il problema, secondo Antonia
Chiara, è l'assoluta mancanza di progettazione di una politica sociale: i
politici incaricati hanno poca competenza in materia, e spesso non si prendono
nemmeno la briga di ascoltare i veri protagonisti dei problemi che sono
chiamati a risolvere: "La mia forza sono state le persone, ho tante amiche.
Certe volte penso: c'è così tanta gente che va in Africa a fare del bene. Ma il
prossimo è dietro l'angolo. Certe volte non posso uscire a comprare il latte o
ritagliarmi il tempo per lavarmi i capelli. Non parlo di chissà che, non chiedo
una persona che lavi mia figlia, piuttosto che la porti a fare una passeggiata,
nulla di più. In Italia, purtroppo, tutte le persone malate sono sostenute
dalla famiglia".
Inevitabilmente, si finisce con il pensare al dopo, a quello
che i genitori di figli disabili chiamano ‘il dopo di noi': "Noi viviamo a
Bari, una grande città. Ma, adesso che Serena finirà la scuola, non c'è nulla
per lei. Ci sono solo i centri di igiene mentale, dove i malati di mente vivono
con i ritardati; tanti problemi tra loro diversissimi tutti insieme, confusi
per tipologia, età... Secondo le statistiche, i casi di autismo si stanno
moltiplicando: prima o poi la politica sarà costretta a prendere in mano la
situazione. Ma ci domandiamo quando accadrà".
(Ambra Notari)
Tratto da SuperAbile INAIL
sabato 1 marzo 2014
La disabilità: questo mondo sconosciuto!
Approccio emotivo:
cosa proviamo davanti ad un disabile?
Al di là della percezione di quanto e come la
disabilità sia diffusa nel corpo sociale, per la maggior parte degli
italiani l’incontro con essa è episodico, o comunque circoscritto nel tempo e
nello spazio. Si tratta chiaramente di momenti che spesso hanno prodotto
reazioni emotive intense e articolate, che nell’ambito della ricerca si è
tentato di approfondire: pensando all’ultima volta che si sono trovati a
relazionarsi ad una persona con disabilità , gli italiani intervistati
hanno indicato di aver provato, con diverse intensità , una gamma varia di
sentimenti ed emozioni. Il sentimento che con maggior frequenza i rispondenti
hanno dichiarato di aver provato con il massimo dell’intensità (risposta
“molto”) è la solidarietà , per tutte le difficoltà e i problemi che
la disabilità crea: si è espresso in questi termini il 91,3% del
campione, mentre il 7,3% ha dichiarato di aver provato questo sentimento “un
po’” e l’1,4% di non averlo provato per nulla. Indicazioni numericamente molto
simili, e dunque ampiamente maggioritarie, si rilevano a proposito del
desiderio di rendersi utili e aiutare (l’82,7% lo ha provato molto) e
dell’ammirazione per la forza di volontà e la determinazione che la
persona dimostrava (molto secondo l’85,9%). Per la metà del campione (il
50,8%) la relazione con persone disabili non rappresenta un evento
particolarmente sconvolgente, ed è infatti questa la quota di indicazioni
“molto” per l’item “tranquillità , Le capita spesso di avere a che fare
con persone con disabilità ”, sentimento provato solo un po’(33,1%) o per
nulla (16,1%) dall’altra metà dei rispondenti. Nel complesso questi dati
delineano uno scenario piuttosto articolato, per cui se da una parte in grande
maggioranza gli italiani riferiscono di aver provato, quando si sono
relazionati a persone con disabilità , sentimenti positivi, quali la
solidarietà , la ammirazione e il desiderio di rendersi utili, e la
metà del campione si è sentita tranquilla, di fronte ad una situazione
“normale”, emergono però anche forme più o meno intense di disagio, di fronte
alla persona disabile. Anzitutto la paura, perché la persona disabile evoca
ancora in chi la guarda una sofferenza che si teme di dover sperimentare e più
di 8 italiani su 10 la provano, molto o solo un po’, così come si registra in
settori ampi della popolazione anche la difficoltà a costruire con le
persone disabili una relazione, che rimane evidentemente schiacciata tra la
solidarietà umana e la paura che nel contempo la disabilità
suscita, e che si concretizza nella difficoltà a costruire quella empatia
che non lasci spazio ad equivoci, offese, o compassioni indesiderate. Infine,
seppure ampiamente minoritario, va rilevato l’atteggiamento di indifferenza
che, con intensità differenti, 2 italiani su 10 riferiscono di provare, e
che pare il segno di una rimozione della questione, una sorta di chiusura
individualistica, con ogni probabilità da ricollegare alla paura della
disabilità, dal momento che si rileva in quote più alte tra i rispondenti più
anziani, statisticamente più esposti al rischio di doversi confrontare
direttamente con il problema. Le opinioni raccolte specificamente a proposito
del livello di accettazione sociale di cui godono le persone con
disabilità intellettiva riflettono in parte quanto rilevato a
proposito delle emozioni provate in prima persona. La maggioranza degli
intervistati, il 66,0%, ritiene infatti che le persone con disabilità
intellettiva siano accettate solo a parole nella società , ma che nei
fatti si tratti di persone spesso emarginate. Quasi un quarto del campione (il
23,3%) condivide un’opinione ancora più negativa, e ritiene che non ci sia
nessun genere di accettazione sociale per queste persone, che la
disabilità mentale faccia paura e che queste persone si ritrovino quasi
sempre discriminate e sole. E’ invece il 10,7% degli intervistati ad avere una
visione particolarmente rosea di questo tema, a ritenere che queste persone
siano in genere bene accettate e che ci sia nei loro confronti
disponibilità all’aiuto e al sostegno.
Tratto da www.fondazioneserono.org
mercoledì 12 febbraio 2014
Io, mamma, all’improvviso in ospedale: di lui che sarà?
Il colore predominante è il blu. Quel punto di colore pastoso
e riposante che è dei luoghi di cura. Mi spogliano completamente.
Un’infermiera appoggia su una sedia abiti, biancheria, il foulard. La
mia vita normale viene accantonata insieme agli indumenti su quella
sedia e non so quando la indosserò di nuovo. O se la indosserò ancora.
Quasi a coprire la tristezza di quel pensiero, sugli indumenti viene
appoggiato anche il cappotto dimenticato sulla sedia a rotelle, quella
su cui ho trascorso le ultime tre ore in attesa degli esami che poi
hanno decretato il ricovero in Unità Coronarica. Stranamente non ho
paura, so che nessuno è eterno. E poi ho imparato bene, anni fa,
cercando di curare la terribile forma epilettica di mio figlio, che aver
paura non serve a niente. Come tutti qui, affronterò gli eventi uno
per volta per venirne fuori o, serenamente, per lasciarmi andare a ciò
che mi aspetta. Mi rendo conto che restare lucidi è importante;
soprattutto per restituire serenità alle persone care che vivono in
altre città. Sento che, sempre che vada bene, sono a una svolta e che la
mia vita in simbiosi con il figlio con disabilità non potrà essere più
la stessa.
Il dottore, per comunicarmi la decisione del ricovero in terapia
intensiva usa un’espressone bellissima. Dice: “ Ora la mettiamo in
sicurezza, signora. Stia tranquilla.”
Mettere in sicurezza qualcuno è più che salvarlo: è l’impegno qui e
ora a fare di tutto, ad accompagnare una persona e attendere con lei i
tempi di una guarigione o quelli di una chiusura dell’esistenza, senza
promesse, senza eroismi.
Questo ho cercato di fare fin qui: mettere in sicurezza i figli,
senza bacchette magiche o miracoli che potessero cambiare la realtà. Ma
realizzo subito che da questo momento, rispetto al piccolo con
disabilità, non sono più quella che può vantare esclusive sulla sua
messa in sicurezza. Intanto mi domando se i familiari saranno capaci di
superare la preoccupazione per me (viva o morta) e destinare le risorse
emotive a lui, quelle che permettono di entrare in comunicazione
profonda con una persona per carpirne i non detti, le necessità
ineludibili che lui non sa esprimere. “Mettere in sicurezza” significa
anche saper cosa fare nell’emergenza. I genitori sanno cosa devono fare,
gli altri no.
Mi rendo conto che non aver condiviso, almeno in famiglia, una sorta
di ideale manuale per la gestione del figlio con disabilità, non è stata
un’idea brillante. E che così facendo ho anche deresponsabilizzato gli
altri. Penso a storie come quella di Queen Ann
che “subì” la volontà del figlio, che lei avrebbe voluto proteggere dai
pericoli di un viaggio intercontinentale, ma che portò il giovanissimo
Alessandro al salto felice nell’età adulta, e la madre a riprendersi
spazi di libertà. Che sono fondamentali se si pensa che i genitori dei
figli con disabilità non hanno la libertà di divertirsi ma nemmeno
quella di curarsi quando sono ammalati.
Nei giorni d’ospedale ho tirato fuori un’altra me stessa e ho cominciato a volermi bene.
Tratto dal Blog invisibili Corriere della Sera
lunedì 27 gennaio 2014
Giornata della memoria: i disabili e la Shoah ai giorni nostri
Il 27 gennaio ricorre il giorno della memoria.
Una giornata dedicata al ricordo anche degli stermini nazisti delle persone con disabilità.
La folle ideologia nazista, supportata dall’idea dell’esistenza di vite inutili, di costi non sostenibili dalla società e dalla purezza della razza ariana, sterminò decine di migliaia di persone con disabilità, attraverso leggi e pratiche in ospedali e istituti speciali. Bambini
soppressi alla nascita con iniezioni letali, persone con disabilità
psicosociale, prima sterilizzate e poi gasate, morti per privazioni di
alimenti e di liquidi, cavie umane sottoposte a esperimenti scientifici
rappresentarono una prassi costante durante il nazismo. Il culmine si
raggiunse con il famigerato programma Aktion T4, voluto da Hitler
all’inizio della II guerra mondiale durante il quale vennero uccise e
cremate con modalità cinicamente pianificate in 6 centri speciali in
Germania circa 70.000 persone con disabilità. Settantamila vite umane. Questo
racconto dell’orrore e la lucida ideologia che lo sostiene è purtroppo
riproposto ai nostri giorni dalle tesi di Peter Singer, moralista
americano, che propugna l’idea di non investire risorse sui bambini nati con gravi disabilità – considerati subumani – a cause delle risorse limitate della società contemporanea.
Non meno inquietante risulta essere il protocollo di Groningen
stilato da diversi medici che definisce come uccidere i bambini con
disabilità gravi alla nascita (in Olanda ed in Belgio esistono leggi
sull’eutanasia attiva per questi neonati) o la assurda richiesta del
Collegio reale degli ostetrici e ginecologi del Regno Unito di uccidere i
neonati con forti diversità funzionali.
Le motivazioni appaiono le stesse dei nazisti: bambini che dalla nascita presentano gravi disabilità rappresenterebbero un peso insostenibile per la famiglia e per la società, considerati i costi delle cure mediche e assistenziali ed inoltre queste persone condurranno delle vite di sofferenza e di dolore.
A Napoli il 27 gennaio in un convegno internazionale organizzato da DPI-Italia Onlus a Palazzo reale
ed in una mostra/evento presso la Biblioteca Nazionale saranno
denunciate queste incredibile riproposizione delle orribili pratiche
naziste.
Come acutamente osserva il dr. Giampiero Griffo,
rappresentante per l’Italia dell’ European Disability Forum e membro
dell’esecutivo mondiale del Disabled Peoples International il rischio
che stiamo correndo è quello di sempre: “Quando si decide di selezionare
le persone da eliminare, si sa dove si comincia, ma non dove si
finisce… “.
Fare memoria del passato è sempre una pratica virtuosa ma in questo caso diventa un obbligo per ognuno.
sabato 11 gennaio 2014
"Vedere la persona e non la disabilità"
Caro nipote di Umberto Eco, occhio alle parole sulla disabilità
Caro nipote di Umberto Eco,
non conosco il tuo nome, non so quanti anni tu abbia, ma mi permetto
di rivolgermi con il tu, visto che anche io potrei essere un nonno, pur
se abbastanza giovane (almeno dentro). Scusa se ti scrivo, aggiungendomi
umilmente alla lunga missiva che ti ha spedito l’illustre e coltissimo nonno.
I suoi consigli sull’uso della memoria sono assolutamente apprezzabili e
li condivido appieno, ma la Eco di alcune sue parole, all’interno della
lettera pubblicata sull’Espresso, e dunque letta da tantissime persone
di ogni tipo, e in particolare i suoi esempi riferiti alla condizione
delle persone con disabilità, mi è arrivata da ogni dove, fino a
spingermi a prendere carta e penna virtuali. Mi rivolgo direttamente a
te, perché non me la sento di competere con cotanto avo. Ma andiamo con
ordine.
So che stai esercitando la memoria, come ti chiede il Nonno, ma nel
caso ti fossi dimenticato alcune sue frasi, le riporto qui: “Ma se non
cammini abbastanza diventi poi “diversamente abile”, come si dice oggi
per indicare chi è costretto a muoversi in carrozzella. Va bene, lo so
che fai dello sport e quindi sai muovere il tuo corpo, ma torniamo al
tuo cervello – scrive nonno Umberto - La memoria è un muscolo come
quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal
punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un
idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si
diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo
spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria”.
Ecco, come vedi il grande Umberto usa due volte un termine ben
preciso, “diversamente abile”. Ti assicuro che questa ipocrita locuzione
non mi piace affatto, anzi non piace ai diretti interessati di tutto il
mondo, che infatti, alle Nazioni Unite, hanno detto chiaro e tondo che
siamo “persone con disabilità”. Persone, capisci? Ovvero ognuno di noi,
sia che viva come me in sedia a rotelle (o carrozzina: non carrozzella,
come scrive il Nonno, perché la carrozzella è quella che circola nelle
vie del centro di Roma o di Firenze, tirata da cavalli), sia che usi un
bastone bianco, o non ci senta, o abbia dei deficit di natura
intellettiva, è prima di tutto una PERSONA, ha un nome, una dignità, un
posto nella società esattamente come te e come tutti coloro che non
hanno alcuna apparente disabilità. Non siamo “diversamente abili”: siamo
quello che siamo, più o meno abili, più o meno in grado di
rappresentare noi stessi con la parola o con lo sguardo o in altro modo.
Scusami se insisto, ma capisci bene che avere un Nonno così colto e
autorevole potrebbe farti pensare che ogni sua parola è vera e giusta,
perché parla quasi “ex cathedra” pur rivolgendosi apparentemente solo
all’amato nipotino.
Già che ci siamo: io e i miei amici in sedia a rotelle non siamo
“COSTRETTI” a muoverci in carrozzina. Al contrario: siamo “LIBERI” di
muoverci GRAZIE alla carrozzina, che è solo un ausilio tecnologico,
manuale o elettronico, sempre più evoluto e personalizzato, che ci aiuta
a superare la nostra impossibilità di camminare. Chiaro? Mi sembra una
precisazione utile, nel caso tu, incontrando una persona in sedia a
rotelle, pensassi magari di dirgli, memore delle parole di tuo nonno:
“Ciao idiota diversamente abile! Poverino, sei costretto in
carrozzella…”. Ecco, non te lo consiglio. Se trovi per caso una persona
paraplegica che fa sport è capace che ti tira un paio di cartoni che non
sai neppure da dove sono arrivati. Occhio dunque: il nonno Umberto è un
grande saggio sulle cose che conosce meglio, ma anche lui è
“diversamente colto” e magari sulla disabilità è rimasto un po’ indietro
nel tempo, e si basa sui luoghi comuni, sui pregiudizi, dei quali
peraltro, da attento studioso delle parole e del loro significato,
dovrebbe ben guardarsi. Diglielo tu, se puoi, io preferisco rivolgermi
ancora a te per qualche piccolo dettaglio.
Non vorrei aver capito male, ma nelle frasi di nonno Umberto c’è
quasi l’eco lontana di un’idea sbagliatissima, molto popolare, anzi
popolana. Una volta si diceva: “La gatta frettolosa ha fatto i figli
ciechi”. Ecco, c’è la convinzione (oggi assai meno diffusa) che la
disabilità sia in qualche modo una colpa, o venga causata da un nostro
comportamento sbagliato: “se non cammini abbastanza…”, “se non eserciti
la memoria…”. Già. Pensa che in passato le mamme indicavano con il dito
la persona “handicappata” quando, volendo rimproverare i loro figli
“sani” magari per la loro vivacità, stabilivano questo impietoso
confronto, quasi un monito “a non diventare come loro”. Ecco: questo
tipo di cultura allontana, emargina, stigmatizza ed è sinceramente grave
che ancora oggi si faccia ricorso ad argomenti così maleducati ed
avvilenti.
Caro nipote, probabilmente non c’era neppure bisogno che ti
scrivessi, perché la tua generazione per fortuna è abituata da tempo a
vivere insieme ai ragazzi e alle ragazze con disabilità, grazie al
sistema scolastico italiano, che fortunatamente non ha dato retta ai
consigli del pedagogo Eco. Perciò, se puoi, fammi un regalo: spiega tu
al nonno come ci si deve comportare, e stupiscilo con una citazione
inglese: “See the person, not the disability”. Buona vita, ragazzo.
Tratto da http://invisibili.corriere.it
mercoledì 18 dicembre 2013
AUGURI
Non aspettare di finire l'università,
di innamorarti, di trovare lavoro,
di sposarti, di avere figli,
di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili,
che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina,
la primavera, l'estate,
l'autunno o l'inverno.
Non c'è momento migliore di questo per essere felice.
La felicità è un percorso, non una destinazione.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro,
ama come se non ti avessero mai ferito e balla,
di innamorarti, di trovare lavoro,
di sposarti, di avere figli,
di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili,
che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina,
la primavera, l'estate,
l'autunno o l'inverno.
Non c'è momento migliore di questo per essere felice.
La felicità è un percorso, non una destinazione.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro,
ama come se non ti avessero mai ferito e balla,
come se non ti vedesse nessuno.
Ricordati che la pelle avvizzisce,
i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni.
Ma l'importante non cambia:
Ricordati che la pelle avvizzisce,
i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni.
Ma l'importante non cambia:
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela.
Dietro ogni traguardo c'è una nuova partenza.
Dietro ogni risultato c'è un'altra sfida. Finché sei vivo, sentiti vivo.
Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.
Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela.
Dietro ogni traguardo c'è una nuova partenza.
Dietro ogni risultato c'è un'altra sfida. Finché sei vivo, sentiti vivo.
Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.
Madre Teresa di Calcutta
Ai volontari, ai soci, alle famiglie e a tutti
gli amici di InHoltre.
GRAZIE!!!!!
AUGURI PER UN GIOIOSO NATALE
E PER UN FANTASTICO 2014
I ragazzi di InHoltre
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