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Ogni individuo sia valorizzato in quanto persona e non per quello che produce

sabato 9 marzo 2013

UN LIBRO DA LEGGERE

Giusy foto copertina Con la testa e con il cuore si va ovunque (Mondadori)

La mia vita senza tacchi a spillo.

Giusy Versace: io e la femminilità


Giusy Versace (sì, la famiglia è quella che immaginiamo) ha affrontato di colpo la disabilità quando aveva 28 anni: le gambe amputate da un guard rail sulla Salerno-Reggio Calabria. Nella sua vita c’è un prima e un dopo, come spiega nel libro “Con la testa e con il cuore si va ovunque” (Mondadori; la foto, di Jennifer Lorenzini, è quella della copertina). Anche nel suo modo di intendere la femminilità. Ce lo spiega oggi, “Festa della donna”, con un augurio: “Auguri a tutte, ma proprio a tutte, le donne: siamo come ci guardiamo”.

di Giusy Versace*
Nel 2005 ho perso le gambe in un incidente stradale e insieme alle gambe credevo di aver perso anche una parte della mia femminilità. Ho sempre considerato le gambe come la parte più femminile di me, perdendole ho iniziato a vedermi come un piccolo mostro. Ho dovuto imparare nuovamente a guardarmi allo specchio, vestita in modo diverso rispetto a come ero abituata a vedermi prima. Indossavo spesso pantaloni stretti, fuseaux e scarpe col tacco. Adoravo i vestiti corti e le mini gonne. Di colpo ho dovuto affrontare un nuovo nemico: l’armadio. Affrontai una sfida: raccogliere in grandi buste tutti i vestiti e le scarpe che non avrei potuto più indossare e trovare il coraggio di darle via. Il pianto liberatorio, condiviso con mia madre, mi diede la forza necessaria per farlo. Col tempo ho imparato ad apprezzare e valorizzare ciò che di me era rimasto, senza perdere troppo tempo a pensare a ciò che non avevo più. Essere guardata in modo “diverso” mi metteva a disagio, finché un giorno capii che ero io quella diversa, semplicemente perché non mi sentivo bene con me stessa. La gente guarda semplicemente perché non è abituata a vedere, ma io “guardavo” perché la mente mi proiettava un’immagine di me che ormai non esisteva più. Pensare alla mia nuova vita senza tacchi mi ha fatto spesso sentire buffa e goffa, in alcune situazioni finanche inappropriata. Per esempio, ricordo con simpatia quando una sera le mie migliori amiche mi proposero di andare a una festa. Evviva! Non vedevo l’ora. Avevo imparato a camminare senza stampelle da pochi mesi e l’idea di uscire e fare un po’ di vita mondana mi elettrizzava come un’adolescente al suo primo appuntamento.  Cercai di vestirmi in modo carino, ma nell’aprire la scarpiera la scelta era più o meno sempre la stessa: sneackers, ballerine. Pensai subito che forse nessuno mi avrebbe guardato i piedi e che la cosa più importante era sfoggiare il sorriso più bello. Indossai una camicetta attillata con una collana lunga colorata, un po’ di trucco, un tocco di gloss alle labbra e via. La compagnia e l’affetto delle mie amiche mi aiutò quella sera a essere, ancora una volta e nonostante tutto, protagonista di una serata importante. A nessuno importava che scarpe indossassi, nessuno notò il mio largo pantalone nero, in compenso mi fecero tanti complimenti per la collana  e per il sorriso. La gente ci vede in base a come noi ci poniamo. Maggiore è la stima che nutriamo di noi stesse, migliore è la percezione che la gente avrà di noi. Allora, di che parliamo?! Cosa vuol dire femminilità?
Sembrerà banale, e magari lo è, ma un sorriso è in grado di sprigionare più femminilità di un tacco a spillo. Difficile crederci, per chi è abituata magari a indossarli o per l’immagine femminile che ci viene spesso proposta, lo so bene! Ma, provate a immaginare una “musona” o una persona triste e negativa su un paio di tacchi e poi ditemi che effetto vi fa. Se poi scegliete invece di mettere i tacchi solo per sembrare più alte, beh allora vi capisco! Siete assolutamente giustificate. Io ho risolto il problema così: vado da un tecnico e mi faccio fare le gambe di qualche centimetro più lunghe. Comodo no? In fondo, se ci pensate bene, con un paio di scarpe comode si evitano anche i rischi di incappare in brutte figure, si evitano possibili scivoloni o inutili e antipatiche storte alle caviglie. In sostanza, ci si sente più a proprio agio e si sorride molto di più. Non potrò mai dimenticare le parole che mi scrisse un amico stilista qualche tempo fa: se osi con una scollatura apparentemente discreta, nessuno noterà le ballerine che avrai ai piedi.
“Donne, donne…. oltre le gambe c’è di più”, cantava la bella Jo Squillo. E’ proprio vero…
*Professionista nella moda, atleta paralimpica, presidente di “Disabili no limits”
Tratto da invisibili.corriere.it

giovedì 7 marzo 2013

PER LA FESTA DELLA DONNA LA VERA MIMOSA E' UNA GARDENIA!


gardenie AISM 2012Su 63.000 persone con sclerosi multipla in Italia, oltre 42 mila sono donne, ovvero due su tre
Si avvicina la festa della donna, e con essa la corsa alla mimosa, fiore simbolo di questo giorno. Ma, bando ai simboli, essere dalla parte delle donne significa combattere al loro fianco nelle battaglie più importanti. E l’invito dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) è, anche per quest’anno, quello di stare dalla parte delle donne contribuendo alla ricerca per la cura di una tra le malattie a più alta incidenza femminile: la sclerosi multipla.Oggi e domani torna dunque l’appuntamento con la Gardenia dell’AISM, la manifestazione per dire no alla sclerosi multipla con un gesto concreto. La vicinanza con la festa della donna, dicevamo, non è casuale. La sclerosi multipla, infatti, è una malattia degenerativa che colpisce in massima parte le donne: su 63.000 persone con SM in Italia, oltre 42 mila sono donne, ovvero due su tre. Ecco perché l’invito è quello a regalare meno mimose e più gardenie, simbolo dell’AISM. Oggi e domani, circa 3.000 piazze in tutta Italia saranno quindi punteggiate di bianco e rosso: il bianco dei fiori e il rosso dei sacchettini in cui sono confezionate le piante di gardenia che si riceveranno a fronte di una donazione di 13 euro che servirà a contribuire alla ricerca sulla Sclerosi Multipla e i servizi sanitari e sociali per le donne che soffrono di questa patologia. Nei punti di solidarietà si troverà anche tanta informazione, grazie ai volontari dell’associazione, affiancati dalla Protezione Civile, dall'Associazione Nazionale Bersaglieri unita all'Associazione Nazionale Carabinieri, Assofante e all’Unione Nazionale Sottufficiali Italiani.Ma la solidarietà non si ferma: si potrà continuare a sostenere il progetto “Donne contro la SM” fino all’11 marzo 2012 inviando un SMS solidale al numero 45599, il cui ricavato servirà a finanziare un progetto sul rapporto tra gravidanza e sclerosi multipla condotto nel laboratorio del centro sclerosi multipla dell’ospedale di Orbassano (TO), vincitore del Premio Rita Levi Montalcini nel 2011. Come sempre, diversi i volti dello spettacolo che non hanno fatto mancare il loro supporto alla giornata della gardenia AISM, a partire dalla madrina Antonella Ferrari passando per Valentina Vezzali, Michela Andreozzi e i testimonial Massimiliano Rosolino, Natalia Titova e Noemi, protagonisti degli spot tv.
Tratto da Disabili.com

giovedì 21 febbraio 2013

Oscar Pistorius, simbolo nella tragedia, e quei bimbi ora smarriti


Oscar Pistorius con bambino in Namibia

di Claudio Arrigoni

Il senso di Pistorius è in quelle foto. Quella del suo ultimo tweet, due giorni fa: lui e quel bambino namibiano amputato completamente alle gambe, al quale porge la mano. E scrive: “A luglio lancerò la mia fondazione: ad almeno 10 bimbi darò la possibilità di muoversi”. E ancora una foto di diversi anni fa, che da sempre ha usato per il suo profilo su twitter. Con Ellie, che era piccola allora e una malattia le aveva tolto braccia e gambe, a correre insieme a Manchester, entrambi su quelle lame che Oscar ha sublimato simbolo di libertà. A quella di JJ, che il giorno di Halloween all’asilo a New York è andato vestito da Pistorius, esibendo bene quelle protesi, lui con le gambe amputate a pochi mesi dalla nascita. Ancora a quella con Bebe in pista a Mogliano Veneto: aveva iniziato a correre, lei quindicenne senza i quattro arti da quando aveva 11 anni, perché Oscar le aveva detto che era divertente.

Ora che è dentro una tragedia immane, che la tristezza è in primo luogo per quella ragazza e la sua vita spezzata, che si deve capire e forse non si capirà mai il perché. Ora non sarebbe forse il momento, ma è giusto farlo. Le cronache si devono occupare di quel che accaduto, degli spari nella notte, di una vita che se ne va e due famiglie distrutte. Ma si deve anche riflettere su Oscar Pistorius e quello che è stato sino a oggi. Perché nulla sarà come prima.
“Non sono disabile, semplicemente non ho le gambe”, diceva adolescente. Aveva 11 mesi quando gliele hanno amputate sotto il ginocchio, 17 quando ha messo le prime protesi. A 7 anni ha cominciato a giocare a calcio, a 11 lo scelsero per la squadra di tennis della sua regione. Intanto si divertiva con cricket e rugby. A 15 anni la mamma, Sheila, è morta improvvisamente per una allergia ai farmaci. In quel periodo cominciò a correre. A 17 vinse i 200 metri alla Paralimpiade di Atene 2004. Un anno dopo disse: “Ho un sogno: correre all’Olimpiade”. Divenne un obiettivo. A Londra 2012 gareggiò in Olimpiade e Paralimpiade, atleta simbolo dei Giochi insieme a Usain Bolt. “Non sei disabile per le disabilità che hai, sei abile per le abilità che hai”: questo ripeteva e voleva trasmettere, guarda le abilità.
Oscar e Ellie
La storia serve per capire perché è diventato il simbolo delle persone con disabilità nel mondo. Milioni si sono ispirati a lui. Una persona senza gambe che nella corsa è più veloce delle persone con le gambe. Le polemiche su vantaggi e svantaggi lo avevano reso ancora più forte. La scienza aveva mostrato che quelle protesi non avvantaggiavano. Probabilmente bastava il senso comune. Anche quella vicenda rafforzò il suo messaggio: “Mai arrendersi”. Quello che bambini come Ellie e quel piccolo in Namibia hanno colto guardandolo correre e cercando di fare come lui.
Un giorno mi disse: “Devo correre più veloce che posso, non solo per me, anche per quelli che guardano a me”. Sapeva di ispirare un incalcolabile numero di persone. Come quei bimbi.
JJ vestito da Pistorius per Halloweeen 2012
Non era un supereroe. Era un ragazzo prima e un giovane poi che amava la vita e qualche eccesso. I motori e le corse con auto e moto, per esempio. Tornando da una festa, guidando una barca su un fiume di notte, aveva rischiato di morire finendo contro un pontile. Una ragazza lo denunciò perché a una festa a casa sua la aveva cacciata in malo modo. Lui disse che era stata lei ad alterarsi. Capita quando a poco più di venti anni si è tra le persone più famose del mondo. Ma il sorriso non lo abbandonava mai.
Ora ripenso a quel ragazzo conosciuto ad Atene nel 2004, diciassette anni, brufoli in viso e l’apparecchio ai denti, che in meno di dieci anni ha saputo abbattere barriere che rompere appariva impensabile. Ha fatto più lui con le sue corse che decine di anni di convegni e parole. Ripenso a Ellie a Londra, a quel bimbo in Namibia, a JJ a New York, a Bebe in Italia.
E penso a Reeva, bellissima e dolcissima, come la ricordano le amiche. Riposi in pace.
Tratto da: http://invisibili.corriere.it

sabato 9 febbraio 2013

La mente corre ma il corpo va lento, La sclerosi multipla compagna di vita.


“E’ terribile quando la mente corre mentre il tuo corpo va a rilento”. E’ l’immagine della sclerosi multipla. Il dossier di Corriere Salute mette in luce storie, ricerche e scienza di una malattia con mille porte aperte, aspetti molteplici, momenti comuni e unici. Perché chi è affetto da sclerosi multipla ci deve convivere, ogni ora, giorno, settimana. Con speranze e disillusioni che si accavallano. Quella immagine la porta Antonella Ferrari, un’attrice di quelle brave, che da poco più che ragazza convive con la malattia e i suoi effetti. Nella vita e nel lavoro.
Il suo libro, “Più forte del destino” (Mondadori), è diventato un best seller, probabilmente il più venduto fra quelli in cui questa malattia viene trattata, anche se dentro ci sono pezzi di vita che partono dalla sua condizione e arrivano ad altro. La sua rubrica su Chi, rivista con centinaia di migliaia di lettori, è fra le più seguite e apprezzate. E’ testimonial dell’Associazioni Italiana Sclerosi Multipla. E’ la malattia che esce dal limbo. Fra pochi giorni sarà fra i protagonisti di “Un matrimonio”, film a puntate di Pupi Avati, in onda per diverse settimane su RaiUno in prima serata. Un caso raro, forse unico: Antonella è famosa in un mestiere dello spettacolo partendo da una condizione di disabilità data dalla malattia, non l’ha acquisita nel tempo. Per questo, anche se non se lo è scelto, il suo ruolo di “testimone” ha ancora più valore e viene apprezzato. Ed è anche scomodo.
“La mente corre e il corpo va lento”: l’ascolto del proprio corpo è fondamentale quando si ha la sclerosi multipla. “Puoi arrivare a patti con la malattia, diventa un compagno di vita con cui devi dividere il tempo”: ecco quello che ha fatto lei. La sua storia si riflette in quelle di tanti. L’hanno vissuta migliaia di donne e uomini. Lei facendo l’attrice, altri lavorando in fabbrica, altri ancora in ufficio o impegnati negli studi. Mostra quanto la SM sia strisciante: colpisce ogni aspetto della vita. Antonella ne ha parlato anche qui su InVisibili, riguardo per esempio e maternità e dintorni.
La diagnosi. Quella è la prima porta che si apre della nuova vita. La stanchezza profonda come primo sintomo. Fino a qualche tempo fa, senza andare troppo indietro nel tempo basta pensare agli anni ’90, era sottovalutato. Da chi l’aveva al medico. Oggi, come mette in luce anche il dossier di Corriere Salute, molto è cambiato. “Per me è stata una liberazione. Per anni ho lottato per scoprire la verità. La diagnosi è stata una conquista più che una sentenza. Ero stanca di sentirmi dire che era solo stress”. Nel bellissimo video che presenta il libro ci sono anche queste parole. Pure gli esami strumentali, in quel periodo ancora imperfetti, non la segnalavano. “Ecco perché dico ai medici: sappiate ascoltare i pazienti e fate attenzione a come presentate la diagnosi. E’ bene non illudere, è male essere distruttivi”. Realisti, sapendo mostrare le possibilità di una vita che cambia. Come è accaduto ai 65 mila malati di SM. La condizione di disabilità che si vive porta a nuove consapevolezze. “Voler combattere e sperare, comunque. Non sempre è facile”.
Il “viaggio della speranza” ne “La storia di Graziella V.”, splendidamente raccontata su Corriere Salute, è emblematico di quanto la fragilità diventi forza. Ancora le parole di Antonella affidate a quel breve, intenso minidocumentario: “Il sogno è la base di ogni cosa: a me ha permesso di rialzarmi ogni volta che il dolore mi ha costretto a terra. Sognare non è facile (…) La paura a volte fa capolino. Tu non hai paura? Ma è più forte la voglia di volare che la paura di cadere”.
Tratto da www.invisibili.corriere.it 

martedì 29 gennaio 2013

DONIAMO UN SORRISO


Video di presentazione delle attività di InHoltre 
per i bambini e gli insegnati 
della scuola elementare G. Mallamaci
di Motta San Giovanni (RC)



domenica 27 gennaio 2013

AKTION T4


Tratto da Wikiperdia
L'Aktion T4 fu il nome dato dopo la seconda guerra mondiale al Programma nazista di eutanasia che sotto responsabilità medica prevedeva la soppressione di persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da più o meno gravi malformazioni fisiche. Si stima che l'attuazione del programma T4 abbia portato all'uccisione di un totale di persone compreso tra le 60.000 e le 100.000. Per quanto concerne la sola terza fase dell'aktion T4, i medici incaricati di portare avanti l'operazione decisero di uccidere il 20% dei disabili presenti negli istituti di cura, per un totale di circa 70.000 vittime. Ad ogni modo l'uccisione di disabili proseguì anche oltre la fine ufficiale dell'operazione, portando quindi il totale delle vittime ad una cifra che si stima intorno alle 200.000 unità.
T4 è l'abbreviazione di "Tiergartenstrasse 4", l'indirizzo del quartiere Tiergarten di Berlino dove era situato il quartier generale dallaGemeinnützige Stiftung für Heil- und Anstaltspflege, l'ente pubblico per la salute e l'assistenza sociale. La designazione Aktion T4 non è nei documenti del tempo, ma i nazisti usavano il nome in codice EU-AKtion o E-Aktion (E, EU significava eutanasia). Programme di eutanasia fu il nome utilizzato nel processo di Norimberga, sia dai giudici che dai procuratori. Si è utilizzato anche il termine morte per compassione.
Per maggiori dettagli www.olokaustos.org/argomenti/eutanasia/index.htm

Aktion T4 - Vite indegne di essere vissute




Quanto è cambiato da allora a oggi, Hitler usava le camere a gas per eliminare le persone con disabilità, oggi si usano i tagli all'assistenza, l'emarginazione, la ghettizzazione, l'esclusione:
 il tempo passa ma il risultato non cambia!!!!!!!!!!!!!!







sabato 12 gennaio 2013

Ciao mamma Tonina

Simona Atzori: «Così i miei genitori mi hanno insegnato ad andare oltre gli ostacoli»

«Mia madre mi ha regalato le ali
Ho imparato a vivere con serenità»

La ballerina nata senza braccia: ha lottato perché anche gli altri vedessero quante cose avrei potuto fare

Simona Atzori con la mamma ToninaIn questa pagina pubblichiamo un intervento di Simona Atzori, ballerina, pittrice e scrittrice milanese, senza braccia dalla nascita. Simona ha perso la mamma Tonina il giorno della vigilia di Natale. In queste righe racconta il rapporto speciale che ha vissuto con lei e il ruolo fondamentale che sua madre ha avuto nella battaglia combattuta assieme alla figlia per superare le difficoltà e raggiungere traguardi che sembravano impensabili.
«Le sue braccia sono rimaste in cielo e nessuno ha fatto tragedie» ha scritto il grande e caro amico Candido Cannavò, cogliendo in una semplice frase il senso più grande della mia vita. Sono nata così, senza le braccia, da due genitori straordinari che mi hanno accolto senza tragedie, ma con tanto amore e positività. Siamo cresciuti insieme, creandoci un mondo che rispecchiava la nostra prospettiva, con le mie «mani in basso» e con la voglia di trovare il nostro posto in questo mondo, che a volte fa fatica ad accorgersi di quanto sia bello e prezioso il fatto che tutti noi siamo diversi.
Due braccia che all'apparenza non ci sono, ma che diventano 4, poi 8, poi mille e poi infinite perché hanno il desiderio di accogliere tutte le braccia che hanno voglia di donarmi il loro amore e il loro aiuto.
Non so esattamente cosa abbia provato la mia mamma la prima volta in cui mi ha tenuta tra le sue braccia, ma so con certezza che da quell'istante lei mi ha scelta per la seconda volta come sua figlia, per donarmi tutto il suo amore e farmi crescere con serenità.
«Vivi la tua vita con serenità, come ho sempre fatto io», mi ha detto un giorno la mia mamma. Parole preziose che mi accompagnano ogni giorno e che ora hanno acquistato un senso ancora più grande. Insieme a lei sono cresciuta e ho sognato, credendoci così tanto e impegnandomi in ogni momento della mia vita, ma sempre con lei al mio fianco. Quando ci dicevano che non potevo fare qualcosa, io la guardavo e lei mi sorrideva dolcemente e mi diceva «sì» con la testa e non mi serviva altro. Sono diventata una pittrice e una danzatrice insieme e anche grazie a lei, perché non ci siamo mai arrese.
Il 24 dicembre la mia mamma ha concluso il suo viaggio in questa vita. Quando le persone lasciano la terra alla vigilia di Natale si dice che stiano accompagnando la Vergine nella nascita di suo figlio. Il pensiero che lei non abbia smesso di essere madre mi ha dato quel senso di serenità che lei mi aveva augurato. Però non basta, il dolore che si prova quando si perde la propria mamma è qualcosa che non si può spiegare e nemmeno immaginare prima.
Ora ho due braccia in meno. Lei mi ha tenuto stretta tra le sue braccia il giorno in cui sono venuta al mondo ed io le ho tenuto la mano nel suo ultimo respiro. La sensazione di solitudine che mi pervade è immensa, in alcuni momenti è dolorosa anche fisicamente.
Molti dei miei gesti quotidiani erano fatti insieme a lei. Le sue mani erano davvero anche le mie nel modo più spontaneo e sincero possibile. Una sensazione che solo una mamma può provare quando il proprio bambino è piccolo, ma una sensazione che le mamme che hanno un figlio con delle necessità particolari provano tutti i giorni, anche quando i propri figli non sono più bambini. Ora questi gesti mancano come l'aria che respiro e assumono un significato diverso. Ho avuto sei mesi di tempo per abituarmi a questa mancanza, da quando questa malattia ha reso il suo corpo così debole. Sono stati mesi che sono serviti a lei per vedere che potevo farcela e che potevo volare, come lei mi diceva sempre. «Tu devi volare...», ci ha creduto sempre, in ogni istante della sua vita, anche quando aveva tutti contro. Non si è mai arresa e ha lottato insieme a me perché gli altri potessero vedere quante cose la sua bambina sapeva e poteva fare. Ha lottato fino alla fine nel modo più dignitoso e straordinario possibile. Amava la vita e non si poteva arrendere dopo averci creduto così tanto. Il suo corpo non ce l'ha fatta, ma il suo spirito è ancora vivo. È vivo dentro me e tutte le persone che l'hanno amata e apprezzata come donna, moglie, madre, nonna e amica.
Sapevo che ci sarebbe stato un «dopo di lei», ma non lo immaginavo, non così presto e non dopo tanta sofferenza. E ora questo momento è arrivato, non è più un «dopo» ma un «adesso». Sento che mi ha lasciato tutti gli strumenti necessari per vivere e volare come voleva lei, come mi ha insegnato lei e lo devo fare proprio senza di lei. Non so ancora come farò, ma so che lo devo fare anche per lei.
In questi anni di attività artistica sono spesso venuta in contatto con realtà impegnate nel realizzare progetti e servizi per garantire un futuro sereno alle persone con disabilità e ai loro familiari. Progetti importantissimi e fondamentali per molte famiglie che altrimenti non saprebbero come fare. È già difficile per un figlio sopravvivere alla morte di un genitore, poi per un figlio che ha vissuto tutta la vita con l'aiuto amorevole e spontaneo dei suoi genitori, trovarsi senza è come morire. Chissà quante volte la mia mamma avrà pensato al momento in cui non sarebbe più stata lei a «donarmi» le sue mani e quante preoccupazioni che non mi ha mai fatto percepire. In questi anni mi ha aiutato a costruirmi delle basi su cui fondare la mia vita, sapendo che mi avrebbero aiutato anche nel momento in cui lei non sarebbe più stata accanto a me. Lo ha fatto in mille modi e forse solo ora lo comprendo realmente, perché lei non c'è più, ma tutto quello che abbiamo costruito resta e ora sta a me portarlo avanti.
Questa è la prova più grande della mia vita, è come se fossi nata una seconda volta, senza le sue braccia di madre, ma con le braccia di tante altre persone che mi circondano e che non mi permettono di sentirmi sola. Ho tutti gli strumenti per ricominciare questa vita e li ho costruiti tutti con il suo sostegno. Ora devo volare da sola... Ce la posso fare, perché lei ci ha sempre creduto e io continuerò a crederci anche per lei.
Simona Atzori
Tratto dal Corriere.it

giovedì 3 gennaio 2013

REGALO DI NATALE

Il bimbo, il campione e una gamba per correre: che bel Natale per Rio

Rio e il suo regalo di Natale è l’immagine che spiega più mille parole la Paralimpiade e quanto sia importante. Rio e il suo sorriso quando scarta il pacco sotto l’albero illuminato spazzano via ogni dubbio e mille discussioni su quello che lo sport paralimpico riesce a dare in termine di speranza, divertimento, gioia. La sua è stata la storia di Natale dei sei quotidiani più letti in Gran Bretagna, ma ha un sapore universale.
La racconto nel giorno in cui il Corriere della Sera in edicola dedica un largo spazio alla celebrazione dei Giochi Paralimpici, evento sportivo fra i più grandi del 2012, il secondo come numeri dietro l’Olimpiade. La gioia che Rio esprime nelle foto riprese dal profilo di facebook che i genitori gli hanno dedicato potrebbe bastare da sola.
Rio ha quattro anni. Aveva 14 mesi quando gli è stata amputata sopra il ginocchio la gamba destra. Lo scelsero i suoi genitori, Trevor e Juliette, dopo che Rio era nato con una rarissima sindrome (uno su un milione), l’aplasia tibiale,  con la gamba sviluppata senza tibia, ginocchio e caviglia. Ha sempre usato una protesi rigida, che però non gli permetteva di correre. “Questa estate ha passato tanto tempo a vedere la Paralimpiade e i campioni con le ‘gambe speciali’, come le chiama lui”, racconta la mamma. Fra questi vi era è Jonnie Peacock, diciannovenne idolo di casa: prima dello starter della finale dei 100 metri T43-44 (amputati a una o entrambe le gambe sotto il ginocchio), quelli dove lui ha vinto con record del mondo e Oscar Pistorius è finito quarto, per capirsi, c’erano 80 mila persone allo Stadio Olimpico a urlare il suo nome.
Jonnie ha saputo la storia di Rio e lo ha incontrato. Ha messo in contatto Trevor, che fa l’idraulico, e Juliette con una clinica che lavora sulle protesi. La Dorset Orthopaedic si è offerta di aiutarli gratuitamente con una gamba da corsa per Rio del valore di circa 4000 sterline. Un Babbo Natale è andato a casa sua con un pacco strano: c’era una lama in fibra di carbonio decorata con il suo personaggio preferito della tv, il pompiere Sam.
“Mi piace molto la mia gamba ‘speciale’. Ora posso fare un sacco di cose che mai avevo fatto prima”. Per Rio il regalo di Natale più bello, come conferma la mamma: “Sì, un sogno che diventa realtà. Dopo che le aveva provate non smetteva di saltare e correre. Aveva partecipato a piccole gare alla scuola materna e lì avevamo visto quanto gli piaceva correre, pur con le difficoltà delle protesi che aveva prima. Ora non si riesce a fermare. Ama la Paralimpiade e, anche se ha solo quattro anni, penso che ci arriverà”. Dato il ritmo di crescita, ogni 6/9 mesi dovranno essere cambiate. Questo comporterà una spesa ci circa 2500 sterline, che i genitori stanno cominciando a raccogliere.
Rio ha visto Jonnie a Londra 2012 e ha avuto voglia di correre. Jonnie ha incontrato Rio e gli ha cambiato la vita. E’ la Paralimpiade. Il resto, con polemiche che ancora qualcuno alimenta, sono parole. Quasi sempre vuote.
Rio con la sua protesi

Tratto da InVisibili.corriere.it