IL CONSIGLIO DIRETTIVO, I RAGAZZI CON LE RISPETTIVE FAMIGLIE, I SOCI, I VOLONTARI AUGURANO BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO A TUTTI COLORO CHE SONO VICINI ALL'ASSOCIAZIONE INHOLTRE.
.
Ogni individuo sia valorizzato in quanto persona e non per quello che produce
domenica 23 dicembre 2018
domenica 2 dicembre 2018
IL MERCATINO DELLA SOLIDARIETA'
L'associazione di Volontariato InHoltre organizza una mostra mercato di oggetti di Natale realizzati dai ragazzi di InHoltre con la collaborazione dei volontari. La mostra mercato dal titolo "Il mercatino della solidarietà" ha come fine, oltre alla sensibilizzazione e al coinvolgimento del territorio sulle tematiche della disabilità, una raccolta fondi per finanziare i progetti dell'associazione. Saremo all'esterno del salone chiesa di Lavandara sabato 1 dicembre dalle ore 17.00 alle ore 19.00 e domenica 2 dicembre dalle ore 10.00 alle ore 13.00.
VI ASPETTIAMO!!!!!
lunedì 26 novembre 2018
Mattarella paladino (quasi) solitario del giusto linguaggio
Sin da quando ascoltai alla radio il suo discorso in
Parlamento in avvio di mandato, del presidente Sergio Mattarella mi colpì
l’attenzione alle parole, il soppesarle con una pacatezza che oggi potrebbe
rischiare di apparire grigia se non addirittura noiosa in un mondo mediatico di
chiasso e di battute a effetto e che invece mi sembrò subito un provvidenziale rifugio,
un conforto nel segno del rispetto. Parlò, il presidente, di persone con
disabilità, e in quella preposizione, quel “con”, c’era tutta l’attenzione a un
linguaggio che si evolve e che considera le persone in quanto esseri umani,
prima della loro condizione. Locuzione affermata e sancita nella carta dei
diritti stilata dall’Onu riguardo al mondo della disabilita. E’ un tema
ricorrente, quello del linguaggio, che ci trova in prima linea sin dall’epoca
del nostro amato e rimpianto Franco Bomprezzi (fra poco saranno quattro anni
dalla sua scomparsa) che scrisse su questo blog un efficacissimo post per
chiarezza e ironia, rivolto
al nipote di Umberto Eco, destinatario di una delle celebri Bustine di Minerva, in
cui il grande semiologo rifletteva sulle persone “diversamente abili”. Come
dire, anche i più grandi uomini di cultura possono essere in ritardo su certi
temi della società. Ancora una volta Mattarella è tornato a parlare di persone
con disabilità in occasione dell’inserimento nell’enciclopedia Treccani di un
lemma importante, paralimpico, entrato in questa grande famiglia
lessicale fin troppo tardi ma certo spinto da un movimento che è emerso con
grande forza e ha conquistato anche le platee mediatiche di tutto il mondo.
Potere dello sport che resta il più grande veicolo di fratellanza in un mondo
segnato da divisioni e contrapposizioni. “Le parole- ha detto il presidente
– possono aiutare o creare un danno. La scelta è nostra. Basta fare un giro sul
web per capire che ci sono parole che aiutano e costruiscono e parole che
offendono e distruggono “. Ma al di la delle cattiverie e degli insulti che
si moltiplicano sulla rete e hanno una valenza criminale, ci sono a nostro
avviso parole apparentemente più innocue ma che denotano una mancanza di
attenzione e in definitiva una buona dose di indifferenza. Ed è in questo
terreno più grigio che bisogna agire. Senza crociate, beninteso, perché nessuno
è senza macchia e in definitiva tutti noi siamo chiamati a una buona pratica
che faccia crescere un movimento e tutta la società. Ma con convinzione. E’ un
processo silenzioso che il presidente Mattarella ha dimostrato di capire in
ogni circostanza. Per questo ci permettiamo di considerarlo nostro mentore e
nostro alleato.
Tratto da Invisibili.corriere.it
venerdì 19 ottobre 2018
BREVE ANALISI DELLA LACRIMA DA TALENT
di Antonio Giuseppe Malafarina
Non tutte le lacrime sono uguali. Oggi torno a scrivere
di antropologia della disabilità. Un parolone, anzi due, per riflettere con
linguaggio facile sull’effetto lacrima da reazione a quello che sulla disabilità
passa in tv nei talent. Non sono un dottore della psiche. Mi limito a qualche
pensiero che credo possa venire a tutti. In passato ho affrontato il tema delle emozioni da poltrona.
Era un pezzo sulla
coerenza di chi guarda le esibizioni di certi partecipanti con
disabilità ai talent, apprezza, si commuove, esulta e uscito dagli studi
televisivi, allontanato dallo schermo e mollato il telefonino del televoto,
riprende a condurre la sua vita di ordinario bistrattamento dei diritti delle
persone disabili. Lontano
dallo schermo, che ci avvicina a una storia ma ci tiene lontano
quanto basta per lasciarla estranea da noi, parcheggiamo la
macchina negli stalli riservati, sosteniamo gite scolastiche dove in carrozzina non
si arriverà mai e osteggiamol’abbattimento delle barriere nel nostro
condominio. E non
puliamo il marciapiede dalle deiezioni del nostro cane. L’altra
sera, guardando
Tu sì que vales all’immancabile esibizione di un
protagonista legato alla disabilità, senza sottilizzare troppo che fosse lì
perché fra tanti che si esibiscono è naturale che alcuni siano disabili
piuttosto che pensare (male) che fosse lì perché la disabilità tira, mi sono riproposto di
non scriverne. E subito ho cambiato idea. Assistendo all'esibizione dei bravi Orchestra Magicamusica, gruppo musicale di persone con disabilità –
ma non bisogna dimenticare che attorno a quelle persone ci sono anche amici,
parenti, insegnanti scolastici e via dicendo -, hanno iniziato a scorrere rivoli di lacrime da
differenti sorgenti: Belen Rodriguez, Iva Zanicchi, il massiccio Martìn Castrogiovanni, Gerry
Scotti. Spontanea sorgiva è affiorata in me una serie di
domande. Può una lacrima essere sincera in televisione? Può
essere indotta, cioè non finta tuttavia provocata? Ma soprattutto:
la lacrima deve per forza condurre all’esito che ci aspettiamo? Prima di un voto deve
per forza preludere a un voto favorevole? E se sì, perché?
Le lacrime prima di un voto
presagiscono una partecipazione narrativa che difficilmente porta ad altro che
a un voto di condivisione di quell’esperienza, è un meccanismo naturale. Vale l’equazione
pianto uguale voto favorevole alla prova. Ma perché piangiamo di
fronte a una manifestazione dolorosa ma vincente della disabilità?
Non lo so, ma azzardo le ipotesi che
mi sono venute in mente assistendo allo spettacolo.
Forse piangiamo per pietismo:
quella disabilità è lontana da noi, ci sembra uno scarto di fronte al quale non
siamo sappiamo fare altro che commiserare, è un naturale atto di ipocrisia
figlio della nostra educazione. Piangiamo e sosteniamo la causa. Forse piangiamo
per pietà:
la compassione, nella sua accezione originale, spinge alla partecipazione,
pertanto proviamo dispiacere per le persone coinvolte e sentiamo il bisogno di
interagire. Il
voto positivo diventa una maniera per dare una mano. Forse
piangiamo per immedesimazione: indossiamo i panni di quella persona,
oppure la eleviamo a nostro emblema, e nella sua capacità di reazione alle
sventure ci sentiamo incoraggiati nelle nostre difficoltà quotidiane, così
diverse ma così altrettanto insostenibili. In questo caso il sostegno a quella
causa diventa materiale di conforto per noi stessi. Votiamo a
favore dell’altro come lo facessimo per incentivarci da soli. Forse, se siamo personaggi
noti, piangiamo perché riconosciamo che l’esistenza è stata prodiga con noi e
quindi ci sentiamo spinti all’altruismo di compensazione, e non che questo sia malvagio, col voto
positivo che ne consegue. Oppure rivestiamo un ruolo e piangiamo perché dobbiamo farlo.
Tanto quanto il ruolo ci obbliga a votare favorevolmente. Che sia amore,
convenienza, senso civico, camuffato disprezzo o copertura del ruolo, non sappiamo cosa
vogliano dire certe lacrime in televisione. E tantomeno possiamo
attribuire un significato alle lacrime sparse ogni giorno di fronte agli altrui
fatti della vita. Sappiamo solo che non sempre rappresentano ipocrisia, il male assoluto.
Tratto da invisibili.corriere.it
lunedì 17 settembre 2018
Di
Antonio Giuseppe Malafarina
Ho provato a parlare con Dio, ma mi risulta
irraggiungibile. Diversamente non so come potrei fare per accontentare quelli
che dicono che tutto è possibile. Sono molti. Molte persone con disabilità.
L’ultima, detta un po’ con altre parole, l’ho letta attribuita a Tae McKenzie,
modella in sedia a rotelle con una grave forma di epilessia. Ha sfilato con
Marian Avila, modella spagnola con sindrome di Down, alla Fashion Week di New
York. Merito della stilista Talisha White e della sua idea di portare in
passerella la diversità, con una linea concepita per esaltare l’emancipazione
femminile.
Se Dio, nella sua onnipotenza, si intende di moda o non mi ha mai preso in
considerazione perché sono scarso come ideatore di moda oppure perché non
piaccio all’obiettivo. Potrebbe anche essere che all’orecchio non sia mai
giunta la mia prece: da un ventennio cerco di fargli capire che le persone con
disabilità hanno diritto a vestirsi alla moda. E, in questa conversazione, che
io potessi offrirmi come vittima sacrificale per la passerella, diciamocelo,
gliel’ho buttata lì.
Vent’anni non sono un giorno. Nella storia raccontata sul Corriere la
stilista parla del valore della diversità e di qualcosa che comincia a
muoversi. Gli stilisti prendono in considerazione le persone con disabilità.
Non è una novità. Ne ho parlato più volte. Ci sono state sfilate persino a
Milano, anche se appena dopo la chiusura della settimana della moda. Si è mossa
gente come Tonino Urzì, una firma per cui basta il nome. Non
basta? Ecco Tommy Hilfiger, con una linea accuratamente
studiata per clienti disabili.
Le persone con disabilità sono
clienti. Questo dovrebbe capire la moda. Va bene sfilare e
mettersi in vetrina ma ci vuole uno scatto dell’industria. Costa, ahimè.
Intanto dobbiamo accontentarci di avere modelle che sfilano. Modelle e modelli.
E qui l’investimento iniziale è ai limiti della sostenibilità: bisogna
concedere più spazio a chi vuole sfilare con disabilità, non solo in carrozzina
– che poi c’è il rischio che non si capisca che sia disabile e allora tu,
stilista, che tornaconto hai avuto a farlo sfilare? -. Ci vuole lo stilista che ci
creda. E tutto il mondo che c’è dietro. Le acque si
muovono. Esistono bei modelli con disabilità. Ma finché saranno modelli con
disabilità saranno modelli con quel con in più che dovrebbe passare
inosservato. Forse un giorno sarà possibile. Capito Dio??
Tratto da: invisibili.corriere.it
mercoledì 18 luglio 2018
domenica 8 luglio 2018
Sole, mare e 416 spiagge accessibili per tutti
di Alessandro Cannavò
L’estate e
il mare sono nell’immaginario collettivo sinonimo di libertà. Andare in
spiaggia è un rito condiviso delle vacanze. Proprio sul bagnasciuga si
sperimenta il grado di sensibilità, di attenzione, di civiltà anche nei
confronti delle persone con disabilità. Con 7.500 chilometri di coste, quanti
luoghi in Italia saranno accessibili? , ci siamo chiesti. Con la pazienza e la
tenacia che la contraddistinguono, la nostra Anna Gioria, utilizzando i riferimenti
dell’associazione spiagge accessibili, ha contattato i presidi di ogni singola
regione italiana e ha compilato una lista di lidi e bagni che sono
frequentabili da tutti. Tra i gestori c’è chi dichiara una generica
accessibilità, e c’è chi specifica i servizi offerti, come le sedie job per
entrare in acqua o le passerelle agevolate. Il numero, 416, non è irrilevante
e, pur primeggiando la riviera romagnola (sempre più avanti degli altri), i
siti sono ben distribuiti in tutta Italia. Attenzione, ci rammenta Antonio
Malafarina, grillo parlante di InVisibili: non bastano una sedia acquatica e
una passerella per definire l’accessibilità. Certamente. Ma soprattutto,
aggiungiamo noi, bisogna sperimentare quanto dichiarato. La nostra lista e’
dunque solo il primo passo di un’indagine e di una verifica che ha bisogno, ora
che prende il via la stagione balneare, dell’aiuto degli utenti, cioè di voi
lettori di InVisibili, con disabilita e non. Se è legittimo il sospetto che
qualcuno della lista dichiari una realtà che poi di fatto non esiste (sui bagni
per disabili degli esercizi pubblici con la scritta guasto ci sarebbe da fare
un dossier) può essere altrettanto valida l’impressione che spesso si
realizzino delle opere di accessibilità ma poi non si sappia comunicarle
all’opinione pubblica. Quante migliorie non hanno trovato rispondenza dei
potenziali utenti… Ed ecco che si profila il terzo dubbio. Quante persone o
famiglie che convivono con la disabilità pensano che andare al mare sia
effettivamente un diritto per cui lottare? A volte la discriminazione e’
innanzitutto nelle nostre teste. Ecco il salto culturale necessario: parlare
non soltanto di bisogni primari ma anche di svago e di libertà. Perciò
cominciamo dalla spiaggia e da questa lista. Da incrementare, da correggere, da
smentire.
Scriveteci
su Invisibili.corriere@gmail.com
Tratto da invisibili.corriere.it
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