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Ogni individuo sia valorizzato in quanto persona e non per quello che produce

venerdì 19 ottobre 2018

BREVE ANALISI DELLA LACRIMA DA TALENT

 di Antonio Giuseppe Malafarina

Non tutte le lacrime sono uguali. Oggi torno a scrivere di antropologia della disabilità. Un parolone, anzi due, per riflettere con linguaggio facile sull’effetto lacrima da reazione a quello che sulla disabilità passa in tv nei talent. Non sono un dottore della psiche. Mi limito a qualche pensiero che credo possa venire a tutti. In passato ho affrontato il tema delle emozioni da poltrona.
Era un pezzo sulla coerenza di chi guarda le esibizioni di certi partecipanti con disabilità ai talent, apprezza, si commuove, esulta e uscito dagli studi televisivi, allontanato dallo schermo e mollato il telefonino del televoto, riprende a condurre la sua vita di ordinario bistrattamento dei diritti delle persone disabili. Lontano dallo schermo, che ci avvicina a una storia ma ci tiene lontano quanto basta per lasciarla estranea da noi, parcheggiamo la macchina negli stalli riservati, sosteniamo gite scolastiche dove in carrozzina non si arriverà mai e osteggiamol’abbattimento delle barriere nel nostro condominio. E non puliamo il marciapiede dalle deiezioni del nostro cane. L’altra sera, guardando Tu sì que vales all’immancabile esibizione di un protagonista legato alla disabilità, senza sottilizzare troppo che fosse lì perché fra tanti che si esibiscono è naturale che alcuni siano disabili piuttosto che pensare (male) che fosse lì perché la disabilità tira, mi sono riproposto di non scriverne. E subito ho cambiato idea. Assistendo all'esibizione dei bravi Orchestra Magicamusica, gruppo musicale di persone con disabilità – ma non bisogna dimenticare che attorno a quelle persone ci sono anche amici, parenti, insegnanti scolastici e via dicendo -, hanno iniziato a scorrere rivoli di lacrime da differenti sorgenti: Belen Rodriguez, Iva Zanicchi, il massiccio Martìn Castrogiovanni, Gerry Scotti. Spontanea sorgiva è affiorata in me una serie di domande. Può una lacrima essere sincera in televisione? Può essere indotta, cioè non finta tuttavia provocata? Ma soprattutto: la lacrima deve per forza condurre all’esito che ci aspettiamo? Prima di un voto deve per forza preludere a un voto favorevole? E se sì, perché?
Le lacrime prima di un voto presagiscono una partecipazione narrativa che difficilmente porta ad altro che a un voto di condivisione di quell’esperienza, è un meccanismo naturale. Vale l’equazione pianto uguale voto favorevole alla prova. Ma perché piangiamo di fronte a una manifestazione dolorosa ma vincente della disabilità?
Non lo so, ma azzardo le ipotesi che mi sono venute in mente assistendo allo spettacolo.
Forse piangiamo per pietismo: quella disabilità è lontana da noi, ci sembra uno scarto di fronte al quale non siamo sappiamo fare altro che commiserare, è un naturale atto di ipocrisia figlio della nostra educazione. Piangiamo e sosteniamo la causa. Forse piangiamo per pietà: la compassione, nella sua accezione originale, spinge alla partecipazione, pertanto proviamo dispiacere per le persone coinvolte e sentiamo il bisogno di interagire. Il voto positivo diventa una maniera per dare una mano. Forse piangiamo per immedesimazione: indossiamo i panni di quella persona, oppure la eleviamo a nostro emblema, e nella sua capacità di reazione alle sventure ci sentiamo incoraggiati nelle nostre difficoltà quotidiane, così diverse ma così altrettanto insostenibili. In questo caso il sostegno a quella causa diventa materiale di conforto per noi stessiVotiamo a favore dell’altro come lo facessimo per incentivarci da soli. Forse, se siamo personaggi noti, piangiamo perché riconosciamo che l’esistenza è stata prodiga con noi e quindi ci sentiamo spinti all’altruismo di compensazione, e non che questo sia malvagio, col voto positivo che ne consegue. Oppure rivestiamo un ruolo e piangiamo perché dobbiamo farlo. Tanto quanto il ruolo ci obbliga a votare favorevolmente. Che sia amore, convenienza, senso civico, camuffato disprezzo o copertura del ruolo, non sappiamo cosa vogliano dire certe lacrime in televisione. E tantomeno possiamo attribuire un significato alle lacrime sparse ogni giorno di fronte agli altrui fatti della vita. Sappiamo solo che non sempre rappresentano ipocrisia, il male assoluto.
Tratto da invisibili.corriere.it

lunedì 17 settembre 2018


Di Antonio Giuseppe Malafarina


Ho provato a parlare con Dio, ma mi risulta irraggiungibile. Diversamente non so come potrei fare per accontentare quelli che dicono che tutto è possibile. Sono molti. Molte persone con disabilità. L’ultima, detta un po’ con altre parole, l’ho letta attribuita a Tae McKenzie, modella in sedia a rotelle con una grave forma di epilessia. Ha sfilato con Marian Avila, modella spagnola con sindrome di Down, alla Fashion Week di New York. Merito della stilista Talisha White e della sua idea di portare in passerella la diversità, con una linea concepita per esaltare l’emancipazione femminile.
Se Dio, nella sua onnipotenza, si intende di moda o non mi ha mai preso in considerazione perché sono scarso come ideatore di moda oppure perché non piaccio all’obiettivo. Potrebbe anche essere che all’orecchio non sia mai giunta la mia prece: da un ventennio cerco di fargli capire che le persone con disabilità hanno diritto a vestirsi alla moda. E, in questa conversazione, che io potessi offrirmi come vittima sacrificale per la passerella, diciamocelo, gliel’ho buttata lì.
Vent’anni non sono un giorno. Nella storia raccontata sul Corriere la stilista parla del valore della diversità e di qualcosa che comincia a muoversi. Gli stilisti prendono in considerazione le persone con disabilità. Non è una novità. Ne ho parlato più volte. Ci sono state sfilate persino a Milano, anche se appena dopo la chiusura della settimana della moda. Si è mossa gente come Tonino Urzì, una firma per cui basta il nome. Non basta? Ecco Tommy Hilfiger, con una linea accuratamente studiata per clienti disabili.
Le persone con disabilità sono clienti. Questo dovrebbe capire la moda. Va bene sfilare e mettersi in vetrina ma ci vuole uno scatto dell’industria. Costa, ahimè. Intanto dobbiamo accontentarci di avere modelle che sfilano. Modelle e modelli.
E qui l’investimento iniziale è ai limiti della sostenibilità: bisogna concedere più spazio a chi vuole sfilare con disabilità, non solo in carrozzina – che poi c’è il rischio che non si capisca che sia disabile e allora tu, stilista, che tornaconto hai avuto a farlo sfilare? -. Ci vuole lo stilista che ci creda. E tutto il mondo che c’è dietro. Le acque si muovono. Esistono bei modelli con disabilità. Ma finché saranno modelli con disabilità saranno modelli con quel con in più che dovrebbe passare inosservato. Forse un giorno sarà possibile. Capito Dio??

Tratto da: invisibili.corriere.it




QUATTORDICESIMA SERATA DI SOLIDARIETA'


domenica 8 luglio 2018

Sole, mare e 416 spiagge accessibili per tutti

di Alessandro Cannavò


L’estate e il mare sono nell’immaginario collettivo sinonimo di libertà. Andare in spiaggia è un rito condiviso delle vacanze. Proprio sul bagnasciuga si sperimenta il grado di sensibilità, di attenzione, di civiltà anche nei confronti delle persone con disabilità. Con 7.500 chilometri di coste, quanti luoghi in Italia saranno accessibili? , ci siamo chiesti. Con la pazienza e la tenacia che la contraddistinguono, la nostra Anna Gioria, utilizzando i riferimenti dell’associazione spiagge accessibili, ha contattato i presidi di ogni singola regione italiana e ha compilato una lista di lidi e bagni che sono frequentabili da tutti. Tra i gestori c’è chi dichiara una generica accessibilità, e c’è chi specifica i servizi offerti, come le sedie job per entrare in acqua o le passerelle agevolate. Il numero, 416, non è irrilevante e, pur primeggiando la riviera romagnola (sempre più avanti degli altri), i siti sono ben distribuiti in tutta Italia. Attenzione, ci rammenta Antonio Malafarina, grillo parlante di InVisibili: non bastano una sedia acquatica e una passerella per definire l’accessibilità. Certamente. Ma soprattutto, aggiungiamo noi, bisogna sperimentare quanto dichiarato. La nostra lista e’ dunque solo il primo passo di un’indagine e di una verifica che ha bisogno, ora che prende il via la stagione balneare, dell’aiuto degli utenti, cioè di voi lettori di InVisibili, con disabilita e non. Se è legittimo il sospetto che qualcuno della lista dichiari una realtà che poi di fatto non esiste (sui bagni per disabili degli esercizi pubblici con la scritta guasto ci sarebbe da fare un dossier) può essere altrettanto valida l’impressione che spesso si realizzino delle opere di accessibilità ma poi non si sappia comunicarle all’opinione pubblica. Quante migliorie non hanno trovato rispondenza dei potenziali utenti… Ed ecco che si profila il terzo dubbio. Quante persone o famiglie che convivono con la disabilità pensano che andare al mare sia effettivamente un diritto per cui lottare? A volte la discriminazione e’ innanzitutto nelle nostre teste. Ecco il salto culturale necessario: parlare non soltanto di bisogni primari ma anche di svago e di libertà. Perciò cominciamo dalla spiaggia e da questa lista. Da incrementare, da correggere, da smentire.
Scriveteci su Invisibili.corriere@gmail.com
Tratto da invisibili.corriere.it

giovedì 14 giugno 2018

Il diario di Anna alla scoperta di sè stessa e della forza della disabilità

Di Ornella sgroi

“Disabile non è sinonimo di stupido, di malato. Disabile è sinonimo di chi vuole andare oltre tutto. La disabilità non è un limite, è una risorsa e, come tale, deve essere trattata. Non lasciatevi ingannare dall’apparenza, mai”.
Questa frase la scrive Anna, a vent’anni, quando decide di raccontare la sua esperienza personale in un breve libro, “La disabilità non è un limite” (Europa Edizioni, 2016), che è più un diario per fermare le tappe più importanti di questa prima parte della sua vita. Dalla nascita prematura ai primi anni di università. Ha grinta, Anna. E la sua è la grinta della “guerriera”, come l’ha voluta la vita, accanendosi con le sue gambe e opponendosi ai suoi genitori che l’avevano fatta nascere “principessa”. Anna aveva solo sei mesi quando è nata, insieme al suo fratellino gemello, Giuseppe, che purtroppo non ce l’ha fatta. E il racconto della sua vita è un insieme di diagnosi errate, di sguardi eccessivi, interventi e riabilitazioni, incontri sbagliati e delusioni. Almeno fino a quando non è arrivata la scuola, anche per lei. Lo studio, più che altro. Con l’amore per l’italiano e la scrittura, i voti alti, la passione per il teatro, che l’hanno aiutata a venire fuori dal suo guscio, fatto anche di silenzi. “Più studiavo, più mi piaceva, il semplice fatto di riuscire in qualcosa mi faceva stare bene” – scrive.
Anna ha imparato presto che doveva lottare per affermare la propria identità al di là di quella imposta dal suo corpo e ha capito che doveva cercare i propri punti di forza, investire tutto su di essi. Già in quinta elementare sapeva che avrebbe voluto fare l’avvocato, l’indole e la risposta sempre pronta, pungente quando serviva, negli anni l’hanno accompagnata in questo progetto e oggi studia Giurisprudenza perché cerca “giustizia” contro chi l’ha fatta soffrire. C’è rabbia nelle parole di Anna. E desiderio di “vendetta”. Contro chi l’ha derisa o ingannata, i compagni di classe ad esempio, ripagati passando versioni sbagliate all’esame di maturità. Ma anche contro chi potrebbe ancora ferirla.
Scorrendo le sue pagine, che vogliono essere un messaggio di speranza e di incoraggiamento per chi condivide la sua stessa situazione, questo bisogno così dichiarato di vendicarsi – sono questi i termini che Anna usa nel suo diario – apre una breccia dentro quell’ombra nera, dolente e furiosa, che obnubila lo sguardo di una ragazza, incapace giustamente di comprendere e accettare il gioco scorretto che la vita le ha imposto di giocare. Un gioco, quello della disabilità, a cui nessun bambino, ragazzo, adulto vorrebbe mai giocare.
“Non ho più un cuore, non l’ho mai avuto” scrive, e quando lo scrive Anna ha appena vent’anni. “Non piango davanti a un mazzo di fiori, se muore qualcuno o se mi si dedicano belle parole. Non mi dispiaccio a fondo quando qualcuno sta male, perché penso al mio aver versato più lacrime che respiri in soli venti anni di vita. Sono un semplice pezzo di ghiaccio che custodisce nel cuore una sofferenza più grande di lei”.
Sì, c’è rabbia nelle parole di Anna. Una rabbia che è facile, immediato, cogliere e comprendere. Soprattutto perché Anna si lascia anche rapire dall’incanto della danza, quando vede una ballerina volteggiare. “Mi avevano impedito di danzare con le gambe, ma non avrebbero mai potuto impedirmi di danzare con l’anima” scrive ancora. Anche questa consapevolezza, Anna, custodisce gelosamente nel cuore. Ed è una bellissima consapevolezza. Non solo ghiaccio, dunque. Non solo sofferenza. Ma anche la capacità di guardare alla poesia che la vita può crearle intorno e che lei può vedere, sentire, toccare, respirare. “Nonostante tutto”, proprio come lei avrebbe voluto essere. Come lei può essere. Come lei è.
Questa consapevolezza, crescendo, potrà aiutarla a vincere il rancore e ad addolcire l’amarezza dell’infanzia e della giovinezza rubate dalla disabilità. Sciogliendo il cuore di ghiaccio che, oggi, Anna dice di avere.

Tratto da Invisibili.corriere.it