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Ogni individuo sia valorizzato in quanto persona e non per quello che produce

venerdì 1 febbraio 2019

Disabilità e lavoro: cinque regole per rimediare a un fallimento


1 FEBBRAIO 2019 di Simone Fanti | @simfanti

Solo il 18% dei disabili è occupato in un lavoro rispetto al 58,7% del resto della popolazione. Sta tutto in questi numeri il “fallimento” di una legge nata con grandi obiettivi, tra le più avanzate in Europa, che, però, non è stata in grado di attuare un cambiamento culturale tra gli imprenditori. La legge 68/99 è diventata praticamente lettera morta, poco efficace, spesso inapplicata forse perché non sono state comprese fino in fondo le sue potenzialità, forse perché è più semplice “pagare le multe” piuttosto che accettare la sfida di creare occupazione. Le norme ci sono, manca la cultura, si diceva. Alcuni tentativi per avvicinare il mondo degli imprenditori a quello dei disabili sono stati fatti, da ultimo l’apprezzabile lavoro svolto con il un canale dedicato al mondo della disabilità sul social network principe per i professionisti Linkedin. .

E anche Invisibili ha deciso di insistere sul tema chiamando a collaborare Daniele Regolo, fondatore di Jobmetoo, società di consulenza e recruiting di persone con disabilità e appartenenti alle categorie protette, che stimolato sul tema ha proposto un piano di azione per il superamento della legge 68. Una provocazione? Anche, ma soprattutto tanta sostanza. Apriamo il dibattito.
5 PROPOSTE DI JOBMETOO
1) Studiare un percorso verso la graduale abolizione dell’obbligo di assunzione delle persone con disabilità. È fin troppo evidente che dal mondo delle imprese tale imposizione viene recepita, e di conseguenza elaborata, con riluttanza, sfiducia, pessimismo. Le imprese più virtuose, quelle che sono disposte ad assumere al di là dell’obbligo, avvertono comunque un peso “morale” forte. Al contempo, il candidato che entra in azienda con questi presupposti non può aspettarsi un trattamento veramente alla pari degli altri dipendenti. Eliminare l’obbligo significa rimodulare l’incontro tra azienda e candidato su una base diversa e più moderna, soprattutto più equa. L’incontro deve avvenire esclusivamente sulle competenze e sulla reale compatibilità tra condizione del lavoratore e necessità dell’azienda. Il sistema dovrebbe diventare premiante: tanto più l’Azienda assume persone con disabilità, tanto maggiori saranno gli incentivi e le agevolazioni fiscali.
2) Rendere la normativa anti discriminazione molto stringente. Deve inoltre essere riscritta rovesciando la prospettiva attuale: nessun lavoratore è considerato da tutelare o proteggere – in riferimento alla sua autodeterminazione – ma nessun lavoratore può essere discriminato. Al contempo occorre istituire un fondo che consenta al lavoratore discriminato di poter tutelare la propria posizione. Il tutto nei limiti dell’”accomodamento ragionevole”, uno strumento estremamente avanzato che deve essere maggiormente diffuso ed esteso.
3) Obbligatorietà di un Disability manager a supporto delle Aziende private. Figura autonoma rispetto agli altri manager, il Disability manager rappresenta lo strumento per includere la disabilità nella cultura aziendale. Il vecchio processo, che vedeva “il disabile che entra in azienda accompagnato da esperti, psicologi, associazioni, tutor, interpreti…” deve evolvere in un nuovo processo: “il disabile viene accolto in azienda, nella quale entra con le proprie gambe e senza essere accompagnato (fin quando possibile)”. Il Disability manager è colui che opera per creare le condizioni affinché il lavoratore disabile possa agire nel pieno delle sue potenzialità, diventando una risorsa produttiva, e parimenti aiuta l’Azienda di cui fa parte a capire e gestire la disabilità in maniera naturale e senza traumi.
4) Creare un fondo ad hoc per gli “Accomodamenti ragionevoli” ovvero per l’acquisto e il finanziamento di strumenti, soluzioni, ausili e quanto sia necessario per consentire alla persona con disabilità di esprimere il suo potenziale e le sue abilità nel contesto aziendale. L’accomodamento ragionevole è stato Introdotto dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ripreso dalla Direttiva 2000/78/CE e ridefinito in Italia dal D. Lgs. 151/15, rappresenta l’anello mancante per mettere il lavoratore con disabilità nelle condizioni di agire in condizioni di pari opportunità.
5) Valorizzare la rete e i servizi territoriali. Il grande patrimonio rappresentato dalle Associazioni di disabili, che posseggono tra l’altro un know how di alto valore (spesso non adeguatamente noto), e dal mondo delle cooperative (canali ideali per gestire, dal punto di vista lavorativo, le disabilità più complesse attraverso servizi che forniscono alle aziende in outsourcing, come avviene oggi con ex Art. 14) riceve impulso dalla presenza del Disability manager che, dalla sua posizione privilegiata, conosce queste realtà e può supportarle valorizzandole al meglio, nel segno di un legame sempre più forte tra Azienda e territorio di riferimento.

Tratto da invisibili.corriere.it

domenica 27 gennaio 2019

Vite non degne della vita. L’Olocausto nasce per i disabili


25 GENNAIO 2013 di 
PER NON DIMENTICARE... MAI!
Tutto cominciò da quelle parole: “Vite indegne di essere vissute”. L’Olocausto nasce da lì. Lo sterminio che ha sconvolto il ‘900 europeo parte da quella parola: “indegne”. Ernst aveva 14 anni, veniva dalla comunità Rom, era in un ospedale psichiatrico. Un giorno regalò a un infermiere che gli era simpatico una foto con la dedica ‘In memoria’: “Tanto io non vivo a lungo. Spero che quando muoio ci sia tu, così mi metti bene nella bara”. Il giorno dopo lo avevano ucciso. Quell’infermiere non c’era. Hurbinek dimostrava tre anni, era paralizzato dalle reni in giu. Solo Henek, 15 anni, sapeva capirlo, stargli vicino, dargli da mangiare, pulirlo. Un giorno Henke annunciò: “Hurbinek ha detto una parola”. Non si capiva bene quale, ma aveva parlato. Quella parola rimase segreta. Morì “ai primi di marzo, libero ma non redento. Nulla resta di lui”, solo le parole del racconto di Primo Levi, altrimenti nessuno, proprio nessuno saprebbe di Hurbinek, che forse “aveva tre anni, e forse era nato ad Auschwitz e non aveva mai visto un albero”.
Le vite non degne della vita. Quelle di Ernst e di Hurbinek. Perché, come sempre, bisogna dare un volto e un nome e una storia, altrimenti la Storia rimane solo numeri e dati e documenti. La Giornata della Memoria nel ricordo della Shoah ci parla delle persone. Una per una. A contarne milioni. La follia nazista è partita dalla “vite indegne”: le persone con disabilità sono state le prime sulle quali è stato sperimentato l’orrore, a morire in massa, rinchiusi in una stanza con quel gas che entrava nel loro corpo, ma prima ancora uccisi con iniezioni. Non solo persone con disabilità intellettiva e malati psichici, ma anche disabili fisici e con malattie genetiche. L’idea del gas nacque per loro e fu poi adottata nei lager. Decine di migliaia, fra il ’39 e il ’41. Se ne contano oltre 70 mila, fra i quali 5 mila bambini. Ai quali se ne devono aggiungere almeno altri 250 mila dopo quella data, ma le cifre possono essere solo per difetto. Prima di ebrei, uomini e donne delle comunità Rom e omosessuali, oppositori politici. Prima di tutti, color che sono considerati un ‘peso sociale’, i disabili. Per approfondire, ci si può riferire al sito Olokaustos o su Superando, partendo da quanto pubblicato oggi, con approfondimento di Slvia Cutrera.
“Ausmerzen ha un suono dolce e un’origine popolare. È una parola di pastori, sa di terra, ne senti l’odore. Ha un suono dolce ma significa qualcosa di duro, che va fatto a marzo. Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia, vanno soppressi”. Marco Paolini con il suo monologo “Ausmerzen – Vite indegne di essere vissute”, trasmesso due anni fa da La7, è stato capace di porre all’attenzione di milioni di persone l’Olocausto dimenticato dei disabili. Quello che ha fatto lui in quelle poche decine di minuti di racconto dell’orrore non lo hanno fatto anni di storiografia, dibattiti e convegni. Quel monologo (ora riproposto intelligentemente da Einaudi in un cofanetto con Dvd con contenuti extra e un libro con lettere e storie, curati dal fratello Mario) andrebbe adottato nelle scuole.
Prima la sterilizzazione, già dal 1933, che non cominciò certo in Germania: Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia erano le tristi avanguardie con leggi non diverse da quella tedesca, dove furono sterilizzate quasi 400 mila persone a partire dal ’34. Poi, nel ’39, è Hitler stesso con una lettera ad autorizzare i medici “a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l’umano giudizio”. L’inizio della fine. Parte l’Aktion T4, l’operazione di eutanasia forzata che prende il nome da Tiergartenstrasse 4, l’indirizzo di Berlino sede dell’apparato organizzativo, in un villino espropriato a una famiglia ebrea, e poi, dopo il ’41, l’Aktion 14F13, ancora più selvaggia e segreta. Sconvolgente perché non coinvolge le SS, la gestapo, i militari feroci che sono nell’immaginario collettivo nazista. No. Ci sono medici e infermieri a infliggere la morte e pene immani, giuristi e avvocati a giustificarla, inservienti e operai a dare la loro opera. Centinaia, probabilmente ancor più. Ecco un altro motivo del silenzio, durato fino agli ‘90. Era parte della società civile a essere protagonista del primo Olocausto nazista. La fine degli anni ’20 è stato uno dei periodi più difficili dal punto di vista economico e fu gioco facile far leva anche sui costi sociali delle persone con disabilità o malattie gravi. La propaganda di regime lavorò in questa direzione: nelle scuole (giravano problemi tipo questo: “Un malato di mente costa circa 4 marchi al giorno, un invalido 5,5 marchi, un delinquente 3,5 marchi. In molti casi un funzionario pubblico guadagna al giorno 4 marchi, un impiegato appena 3,5 marchi, un operaio… a) rappresenta graficamente queste cifre…), con manifesti (celebre uno dove un operaio portava sulle spalle il peso di persone disabili) e informazioni martellanti sui costi sociali delle persone con disabilità, attraverso film (l’ultimo è addirittura del ’41, poco prima di porre fine alla parte “pubblica” di Aktion T4: “Io accuso”, dove una donna con sclerosi multipla chiede al marito di ucciderla prima di soffrire troppo e lui viene poi assolto nel processo). Ancora squarci che fanno pensare. La Aktion T4, che continuò però, come già detto, in maniera ancor più brutale nei lager e nei luoghi che dovevano essere di cura, si concluse probabilmente per la nascente opposizione pubblica, anche da parte delle Chiese cattolica e protestante, per la risonanza che ebbero gli omicidi di massa: a centinaia di famiglie arrivavano lettere con certificati di morte per motivi fasulli, spesso uguali e negli stessi giorni, autobus trasportavano persone che scomparivano dopo che si innalzava il fumo dai forni crematori. Viene da chiedersi allora: se fosse successo anche in seguito, per le deportazioni di massa e lo sterminio della popolazione ebrea, di persone omosessuali o della comunità Rom, sarebbe magari cambiato qualcosa? Hurbinek che ha solo il nome e Ernst Lossa, al quale è dedicato il Museo del Giocattolo di Napoli, sono immensi testimoni delle nostre paure verso la disabilità e le diversità, che a volte purtroppo tornano. A questo serve la memoria, a farci diventare migliori.
 Tratto da invisibili.corriere.it


martedì 22 gennaio 2019

L’inno alla vita di un libro sulla disabilità infantile




Non è sicuramente facile parlare di infanzia e disabilità con lucidità ma anche con trasporto emotivo. Massimo Pesenti, insegnante di filosofia e scienze umane e presidente della Fism di Brescia (La Federazione Italiana Scuole Materne, organismo di area cattolica), affronta questa problematica nel libro ”Tutti i bambini sanno volare”. A cominciare dal momento delicatissimo della scoperta di disfunzioni nel corso della gestazione con la conseguente ardua scelta sul continuare o meno la gravidanza. Certamente, sottolinea Pesenti, la diagnosi prenatale ha portato alla nascita di meno bambini con disabilità. Al netto dei dilemmi morali e deontologici, di fronte alla disabilità l’autore vuole porre l’attenzione sul “ciò che si può fare”, piuttosto che su ciò che è precluso. E lo fa attraverso una serie di storie ed esperienze con un risvolto positivo.
In cui l’esistenza viene animata nel segno dell’amore.
Personalmente mi hanno colpito tre testimonianze. La prima è la vicenda di una bimba con la sindrome di Down, rifiutata dalla mamma e adottata da un single. Un gesto molto coraggioso che da adito a vari spunti di riflessione, in primo luogo l’anomalia rispetto al divieto per legge di un’adozione da parte di persone non sposate. Perché in questo caso è stato possibile? Pesenti ipotizza un’eccezione alla regola per i bambini con disabilità: per i figli “imperfetti” vanno bene anche famiglie” imperfette”, perché “imperfetto più imperfetto uguale Amore perfetto”. Può essere considerata come “eccezione” perché solitamente può adottare un bambino solo una coppia stabile da almeno tre anni; la legge stessa prevede, invece che nel caso in cui il bambino sia affetto da grave malattia o disabilità può essere adottato anche da una persona single. Un’altra storia è quella di Matteo, un bambino autistico, sostenuto dalla propria famiglia e poi dalla scuola, diventato un uomo ben inserito nella società.

E poi la vicenda di Rosaria, vittima alla nascita di un danno neurologico importante, che ha saputo raggiungere un’indipendenza tale da permetterle di guidare lo scooter con il quale si sposta in completa autonomia. Rosaria ha conquistato questo ed altri traguardi nonostante che i suoi genitori siano a volte assaliti da sentimenti di paura e di protezione, atteggiamento che ha finito per ostacolare la sua crescita e il raggiungimento della maturità.

Per noi di Invisibili il tema dell’autonomia è centrale in un discorso sulla disabilità. Tema trattato anche in un post recente . La storia di Rosaria mi è sembrata esemplare su come un’esistenza ordinaria abbia il potere di trasformarsi in straordinaria, se non la si vive solo stando a guardare ma mettendosi in gioco, confrontandosi con la diversità.
Il libro è arricchito da disegni realizzati, nel corso di laboratori artistici, dai bambini delle scuole dell’infanzia e primarie della provincia di Brescia nell’ambito di un concorso scolastico promosso dal Fondo Autisminsieme, in collaborazione con Fondazione Pinac, e che ha riguardato le classi in cui vi fosse una bambina o un bambino con disturbi dello spettro autistico. Un modo per far “parlare” loro, i bambini, su un tema che li riguarda.

Tutto il ricavato della vendita del libro (che costa 10 euro) è devoluto al Fondo RED, Risorse Educative per la Disabilità, finalizzato all’inclusione delle bambine e dei bambini con disabilità nelle scuole dell’infanzia e primaria (www.fondored.it)





Tratto da invisibili.corriere.it

mercoledì 9 gennaio 2019

C'è bisogno d'amore



Eccoci al 31 dicembre, il giorno dei bilanci soprasseduti all’istante. E ben trovato il successivo giorno dei buoni propositi dell’anno passato. Nella convenzionale ballata degli appuntamenti di fine anno aggiungo le mie evoluzioni a partire dal video della giovane giornalista Alessia Bottone Ieri come oggi. Storie di conciliazione lavoro-famiglia. Forse ci scapperà una lacrima.
Il video di Alessia, evidenzia bisogni e desideri delle famiglie moderne e la bella risposta che la società fornisce, quando c’è. Lo spezzone dedicato alla disabilità, visibile dal minuto 27, spiega bene il concetto in chiave disabilità: la mamma di una ragazza nata disabile riesce a mantenere il proprio lavoro con qualche sussulto ma, quando il marito non è più in grado di fornire il suo indispensabile aiuto alla famiglia per un problema agli occhi, le arriva il sostegno dell’azienda dove lavora la moglie, che accoglie senza indugi la concessione del part-time lavorativo.
Una storia da film natalizio. I tormenti e la speranza, da un canto. Dall’altra un’ottima azienda e la risposta alla speranza. Non è sempre così. Tante madri – e padri, ma anche mogli, mariti, fratelli e congiunti vari – abbandonano il lavoro per dedicarsi completamente all’amato con disabilità, perché non hanno alternative, e nel video se ne parla. Coppie si disgregano, anche. Basterebbe una risposta collettiva diversa alle questioni delle persone disabili. Una risposta di conciliazione nell’interesse comune.
Propongo un punto di vista, una epifania antropologica nota ma da riproporre. Tale manifestazione di pensiero, appunto epifania, mi tocca personalmente. Sia perché mi avvolge quotidianamente come persona disabile e sia perché avviluppa altre famiglie che conosco. Famiglie con disabilità alle prese con il proprio sé.
Mettiti nei panni di un familiare che sa che un elemento del gruppo ha bisogno. Che fai? Sai che è indifeso, che senza la costante presenza di una persona, almeno una, al suo fianco è finito: non può comunicare, non può bere, se gli va qualcosa di traverso lo vedi soffrire, cambiare colore, volere dirti qualcosa e non sapere come fare. Cosa fai? Hai sufficiente spregio dell’altro da restare inerme come il più atroce degli indifferenti?
Non ce la fai. Intervieni, e non una volta ma ogni volta che serve. Cioè pressoché sempre. E nella perpetuazione della tua scelta inevitabile il tuo lavoro rischia di andare a ramengo perché due cose al contempo non sempre puoi farle. Che già per fare quella che fai devi trovare la gabola per stare col tuo congiunto senza mollarlo e contemporaneamente andare per uffici a sbrigare pratiche, fare la spesa, comprare vestiti e atti di diversificata corvée.
Altre persone ti danno una mano, e si chiamano familiari. Ma come te non c’è nessuno perché tu sai che nessuno al pari di te conosce quella persona. Avete costruito una simbiosi unica. Siete così solidali che a un certo punto ti sei dimenticato di avere un te stesso di cui occuparti. Non fa niente, va bene così.
C’è gente che pensa che questa non sia vita. Ma tu sai che non è vero. Hai imparato ad apprezzare la vita per quello che è e a ricavarti i tuoi momenti di gaudio. Ciò non toglie che avresti gradito meno tortuosi percorsi per raggiungere la consapevolezza della felicità. Un aiuto ti farebbe piacere.
Ma, connotazione agghiacciante, nella tua consapevolezza sei conscio di non essere eterno. Ne soffri. Pensi al dopo, a quando non sarai in grado di fare quello che stai facendo o non ci sarai più. E scacci questi pensieri brutti. Questo sei tu. Nella gran parte dei casi delle famiglie con persone con disabilità succede così. E succede non a un solo elemento, ma a più persone, a loro modo uniche e insostituibili. Madri e padri indispensabili al contempo, consapevoli della potenza della loro unione e dentro di sé consci dell’unicità del proprio ruolo.
Ma non è tutto. C’è il controcanto. C’è la persona che riceve l’aiuto, che pure ha un punto di vista, fatto di osservazioni, conoscenza, sentimenti. Una voce che resta inespressa perché non trova la forza, la sfrontatezza, di venire fuori. E certe volte, quando la trova, si disperde in silenzio, sottovalutata o paurosamente respinta.
È la mia voce, quella di me che ti guardo morir di fatica per me. Vorrei che non fosse così, ma non c’è alternativa. Ho bisogno di cibo, devi essere tu a imboccarmi. Ho bisogno di una coperta, coprimi. Mi serve fare pipì, pensaci tu.
Provo un profondo senso di frustrazione, di vergogna, per avere bisogno di te che già tanto per me fai. Vorrei essere io ad aiutarti. A porgerti una tazzina di caffè quando sei stanco. Mi addolora ricevere passivamente. Non mi è sufficiente sapere che fai per amore, o per eccelso senso del dovere. Ma mi convinco. Lo accetto. Non ho alternative.
Si chiude l’anno. Ne inizia uno nuovo. Penso dobbiamo trovare un maggiore senso dell’appartenere. La nazione è una famiglia allargata. C’è bisogno d’amore.

Per vedere il video:

Tratto da invisibili.corriere.it


mercoledì 2 gennaio 2019

SIAMO UNA COMUNITÀ' DI VITA E UN PAESE RICCO DI SOLIDARIETA'


Messaggio di fine anno del presidente della Repubblica con ampio spazio destinato alla riflessione sulla condivisione di valori, prospettive, diritti e doveri che uniscono tutti gli italiani: “Non dobbiamo avere timore a manifestare sentimenti che rendono migliore la nostra società”

ROMA – L'invito a non avere nessun timore a manifestare quei buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società, la sottolineatura dell'Italia come di un paese ricco di solidarietà, dove la società civile è arrivata con più efficacia e con più calore umano delle istituzioni pubbliche. E' l'Italia che “ricuce”, l'Italia positiva, quella che dà fiducia, come fanno le realtà del terzo settore e del non profit, al centro del messaggio di fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Quattordici minuti, dal Quirinale, per parlare “dell'esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita”.
 “Sentirsi 'comunità' – scandisce Mattarella - significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa 'pensarsi' dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese. Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore”.
Ed ecco il lungo passaggio dedicato ai “valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà. Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni. Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità. I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato. È l’Italia che ricuce” e che dà fiducia. Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà”. “Si tratta – continua Mattarella - di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto. Anche per questo vanno evitate 'tasse sulla bontà', è l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere”, dice con fugace riferimento alle polemiche che hanno accompagnato le misure della manovra economica che penalizzano il non profit e sulle quali il governo ha garantito una riparazione nel primo provvedimento utile del 2019.
 “Ho conosciuto in questi anni – dice Mattarella in un altro passaggio - tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita. Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l’autismo, di Verona, che ho di recente visitato. Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare. Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l’augurio più affettuoso”.

Tratto da SuperAbile INAIL

domenica 23 dicembre 2018


IL CONSIGLIO DIRETTIVO, I RAGAZZI CON LE RISPETTIVE FAMIGLIE, I SOCI, I VOLONTARI AUGURANO BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO A TUTTI COLORO CHE SONO VICINI ALL'ASSOCIAZIONE INHOLTRE.


domenica 2 dicembre 2018

IL MERCATINO DELLA SOLIDARIETA'


L'associazione di Volontariato InHoltre organizza una mostra mercato di oggetti di Natale realizzati dai ragazzi di InHoltre con la collaborazione dei volontari. La mostra mercato dal titolo "Il mercatino della solidarietà" ha come fine, oltre alla sensibilizzazione e al coinvolgimento del territorio sulle tematiche della disabilità, una raccolta fondi per finanziare i progetti dell'associazione. Saremo all'esterno del salone chiesa di Lavandara sabato 1 dicembre dalle ore 17.00 alle ore 19.00 e domenica 2 dicembre dalle ore 10.00 alle ore 13.00. 
VI ASPETTIAMO!!!!!

lunedì 26 novembre 2018

Mattarella paladino (quasi) solitario del giusto linguaggio


Sin da quando ascoltai alla radio il suo discorso in Parlamento in avvio di mandato, del presidente Sergio Mattarella mi colpì l’attenzione alle parole, il soppesarle con una pacatezza che oggi potrebbe rischiare di apparire grigia se non addirittura noiosa in un mondo mediatico di chiasso e di battute a effetto e che invece mi sembrò subito un provvidenziale rifugio, un conforto nel segno del rispetto. Parlò, il presidente, di persone con disabilità, e in quella preposizione, quel “con”, c’era tutta l’attenzione a un linguaggio che si evolve e che considera le persone in quanto esseri umani, prima della loro condizione. Locuzione affermata e sancita nella carta dei diritti stilata dall’Onu riguardo al mondo della disabilita. E’ un tema ricorrente, quello del linguaggio, che ci trova in prima linea sin dall’epoca del nostro amato e rimpianto Franco Bomprezzi (fra poco saranno quattro anni dalla sua scomparsa) che scrisse su questo blog un efficacissimo post per chiarezza e ironia, rivolto al nipote di Umberto Eco, destinatario di una delle celebri Bustine di Minerva, in cui il grande semiologo rifletteva sulle persone “diversamente abili”. Come dire, anche i più grandi uomini di cultura possono essere in ritardo su certi temi della società. Ancora una volta Mattarella è tornato a parlare di persone con disabilità in occasione dell’inserimento nell’enciclopedia Treccani di un lemma importante, paralimpico, entrato in questa grande famiglia lessicale fin troppo tardi ma certo spinto da un movimento che è emerso con grande forza e ha conquistato anche le platee mediatiche di tutto il mondo. Potere dello sport che resta il più grande veicolo di fratellanza in un mondo segnato da divisioni e contrapposizioni. “Le parole- ha detto il presidente – possono aiutare o creare un danno. La scelta è nostra. Basta fare un giro sul web per capire che ci sono parole che aiutano e costruiscono e parole che offendono e distruggono “. Ma al di la delle cattiverie e degli insulti che si moltiplicano sulla rete e hanno una valenza criminale, ci sono a nostro avviso parole apparentemente più innocue ma che denotano una mancanza di attenzione e in definitiva una buona dose di indifferenza. Ed è in questo terreno più grigio che bisogna agire. Senza crociate, beninteso, perché nessuno è senza macchia e in definitiva tutti noi siamo chiamati a una buona pratica che faccia crescere un movimento e tutta la società. Ma con convinzione. E’ un processo silenzioso che il presidente Mattarella ha dimostrato di capire in ogni circostanza. Per questo ci permettiamo di considerarlo nostro mentore e nostro alleato.
Tratto da Invisibili.corriere.it